Psicologia dello sviluppo

Bullismo: il lato oscuro della scuola

Ho dovuto superare una certa ritrosia nell’affrontare l’argomento bullismo. Ritrosia dovuta al fatto che, come leggerete in seguito, il fenomeno mi ha toccato personalmente.

Ne sentiamo sempre più spesso parlare al telegiornale o in trasmissioni di approfondimento, ma cosa si intende esattamente con bullismo? Mi baserò lungo tutto l’articolo sui lavori di Dan Olweus, psicologo svedese e pioniere nello studio del bullismo. Premetto che gli episodi di bullismo avvengono in larga parte nelle scuole, visto che le scuole sono il principale luogo di aggregazione sociale dai 4 ai 15 anni circa (poi i ragazzi cominciano ad uscire con maggiore libertà). Secondo Olweus è una qualsiasi forma di comportamento offensivo e aggressivo messo in atto da un singolo o da un gruppo (il bullo) in modo ripetuto e intenzionale a danno di uno o più individui (la vittima) per esercitare su di esso/i potere e controllo. (Per tutto l’articolo utilizzerò un linguaggio al maschile per comodità: autrici e vittime del bullismo possono essere anche le ragazze).

Trasportiamo questa definizione in un linguaggio più quotidiano. Il bullo può essere un singolo ragazzo o un gruppo di ragazzi, stesso discorso per la vittima. Il bullo volontariamente (modo intenzionale) fa del male fisico o psicologico alla vittima e lo fa molte volte (in modo ripetuto). Perchè il bullo fa tutto questo? Per sottomettere la vittima e quindi sentirsi forte (potere e controllo).

Possiamo avere a questo punto altre domande: chi sceglie il bullo come sua vittima? E soprattutto perché la vittima non si ribella?

Ovviamente il bullo non si mette a tavolino con carta e penna per traccia l’identikit della sua prossima vittima, ma intuitivamente va a scegliersi ragazzi con caratteristiche ben precise.

Solitamente la vittima è un ragazzo più ansioso e insicuro rispetto alla media dei ragazzi, è calmo, sensibile, ha una bassa autostima e ha pochi legami sociali all’interno della scuola. Pensate soprattutto a queste ultime due caratteristiche: un ragazzo con poca autostima e poche amicizie è più vulnerabile ed è più difficile che si difenda – o che un altro ragazzo lo difenda. Il bullo tende a scegliersi una vittima che non sappia difendersi e reagire. È dall’impotenza della vittima che il bullo trae il suo senso di potenza.

Ora entriamo più nello specifico. Cosa fa concretamente il bullo alla vittima? I casi finiti alla ribalta della cronaca nazionale o locale, e soprattutto le testimonianze di molti ragazzi e ragazze, ci offrono le infinite facce del bullismo. Leggo una notizia di oggi in cui si parla di ragazzi che in una scuola di Pontedera hanno insultato un compagno disabile e hanno ripreso il tutto con il telefonino. E ricordo di un episodio di anni fa che finì addirittura con la morte della vittima a causa di un gioco idiota. Ma vorrei basarmi soprattutto sulle testimonianze postate sul web direttamente da ragazzi che sono stati vittime di bullismo.

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Prima testimonianza: “Ridevano di me alle mie spalle, li sentivo bisbigliare, mi guardavano male, tutta la classe si era unita in un gruppo compatto da cui ero esclusa. Nessuno voleva sedere vicino a me, quando ero l’unica a non essere invitata alle uscite e alle feste. Quando mi dicevano “sei brutta”, “come fai a guardarti allo specchio?” stavo malissimo. Piangevo ogni giorno. Nessuno se ne rese conto, perché facevano “scherzi di nascosto” come sputare sulla mia sedia prima che arrivassi in classe e rubare le mie cose. Si coprivano l’un l’altro e tutti dicevano all’insegnante che ero io ad inventare tutto”.

Seconda testimonianza: “in particolare mi ricordo di quando io e altri ragazzi eravamo al centro estivo. Io ero da solo, come sempre d’altronde, ma non davo fastidio a nessuno, passeggiavo tranquillamente quando ad un certo punto due ragazzi di un anno più grandi mi hanno preso per il colletto e mi hanno sbattuto contro un muro, picchiandomi ripetutamente. Mi riempivano di parolacce tipo “Bastardo” “Fai schifo” “sei uno sfigato” poi mi hanno buttato per terra ed hanno iniziato a prendermi a calci”.

Come ultima testimonianza…vorrei parlare di me. Dall’inizio delle elementari fino alla fine delle superiori ho subìto molte prese in giro per il fatto di essere bravo a scuola e di essere timido e impacciato. “Secchione” me lo sono sentito dire spesso. Ed io mi sentivo così sprovvisto di difese che non mi veniva neanche in mente di rispondere o di reagire. Ma ricordo soprattutto un ragazzo ripetente che, quando trovavo posto a sedere sul pulmino delle medie, si divertiva a prendermi la testa e a sbattermela sul finestrino in mezzo alle risate generali, anche di un ragazzo che in teoria era mio amico. Ed io anche lì reazione zero. Il massimo che facevo a volte era rinunciare a sedermi per evitare quel supplizio. Ricordo che una volta quel mio molto teorico amico raccontò a sua nonna di questi episodi e alla fine lo venne a sapere anche mia nonna. E mi chiese: “è vero che ti fanno questo?” ed io: “Ma no, è successo solo una volta ed era per gioco, non mi ha sbattuto la testa veramente” – e invece a volte tornavo a casa con un gran dolore alla testa. Ma farlo sapere a mia nonna e ai miei genitori mi sembrava ancor più doloroso di quel male alla testa, mi vergognavo tantissimo. Ricordo anche un’altra scena, in classe alle medie, in cui due ragazze per scherzare tra loro si dicevano: “A te piace Gaoni” e l’altra reagiva disgustava e diceva: “No, piace a te” e anche lei faceva immediatamente un’espressione di ribrezzo. E questo era l’atteggiamento in generale delle ragazze della classe nei miei confronti. O una ragazza che, durante una partita maschi vs. femmine di minibasket, si avvicinò a me perché mi doveva marcare e mi disse: “Ma perché ti devo marcare? Mi fai schifo”. Insomma, per tutta l’infanzia e l’adolescenza sono cresciuto con l’idea di essere qualcosa di vomitevole per le ragazze. E con la sensazione di non essere adatto a questa vita perché non sapevo difendermi. Sinceramente, sento ancora del dolore nell’affrontare questi ricordi…ma è bene che io li abbia espressi e che voi possiate conoscere anche la mia esperienza.

Tornando al discorso principale, anche se il bullismo avviene in età scolare le sue conseguenze dureranno anche in età adulta se non verranno affrontate in modo tempestivo da genitori attenti e da uno psicologo competente. La conseguenza fondamentale è il ritiro sociale: la persona tenderà a isolarsi nelle situazioni sociali o ad evitarle perché le vivrà come un possibile nuovo trauma, una nuova occasione in cui potrebbe essere derisa e ferita dagli altri. Poichè la vita è costellata di relazioni sociali, possiamo intuire quanto limitante possa essere questa conseguenza. La difficoltà nell’avere relazioni sociali si ripercuote anche sull’autostima, per cui l’ex vittima di bullismo si sentirà anche poco sicura di se stessa. Infine le conseguenze possono incidere anche a livello fisico: secondo gli studi un’ex vittima di bullismo ha maggiore probabilità rispetto alla media di sviluppare alcuni disturbi fisici e di essere vulnerabile di fronte allo stress.

Psicologo dell'infanzia

Perciò ripeto che prima ci si rivolge ad uno psicologo, prima sarà possibile disinnescare queste conseguenze spiacevoli. Senza dimenticare che lo psicologo può offrire un sostegno importante a chi, dopo anni o decenni, si rende conto di portare ancora sotto la sua pelle le ferite aperte dal bullismo.

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