Lutto

Il lutto complicato: quando il passato non passa

In un precedente articolo abbiamo visto le cinque fasi attraverso cui tutti noi esseri umani elaboriamo il lutto di una persona affettivamente importante. Il processo di solito si svolge naturalmente, con alcune fisiologiche difficoltà e ricadute, fino a giungere alla fase finale di accettazione che implica la risoluzione del processo stesso. Tutto ciò avviene entro un anno dalla morte della persona cara.

In alcuni casi però trascorre più di un anno, magari passano anni…ma non il lutto. Il lutto non passa. La persona continua ad avere un vissuto di depressione e di perdita e questo limita il suo ‘funzionamento’ nella vita quotidiana, ad esempio ha un crollo nel rendimento a scuola o sul lavoro o dirada le uscite e le relazioni con gli amici o perde interesse e impegno nelle relazioni sentimentali.

C’è una definizione per questa condizione di sofferenza psicologica ed è “Disturbo da lutto persistente e complicato”. Quando il lutto è complicato, trascorso un anno da esso si sperimentano ancora sintomi quali l’incapacità di accettare la morte della persona cara, senso di colpa per la sua morte, evitamento degli stimoli (luoghi, persone) che possono richiamare la perdita, sensazione di essere soli e di non farcela senza la persona deceduta, difficoltà a pianificare il futuro sia a livello di relazioni che di attività. Nei casi più estremi, può esserci anche il desiderio di morire per ritrovare la persona perduta.

il primo lutto

Di fronte a un lutto complicato, è consigliabile rivolgersi ad uno psicologo che aiuti a sbloccare e a vivere pienamente l’elaborazione del lutto, così da potersi sentire di nuovo nel quieora e ritornare ai propri progetti di vita.

Cosa può fare lo psicologo per far elaborare il lutto complicato? Lo psicologo ha il compito di favorire alcuni processi nella persona sofferente. Il primo processo è riconoscere la perdita. La morte di una persona cara è sempre uno shock e si accompagna sempre ad un senso di irrealtà; attraverso il suo ascolto empatico, lo psicologo fa parlare il paziente della perdita, gli fa esprimere le emozioni legate ad essa, e in questo modo lo guida a prendere atto sia razionalmente che ‘di pancia’ del fatto che la persona cara è morta e che la condizione di morte è irreversibile. E’ fondamentale che il paziente si dia il permesso di esprimere ciò che sente, spesso il lutto rimane proprio perchè alcune emozioni non sono state adeguatamente comprese e comunicate. Il permesso di sentire vale soprattutto per quelle emozioni apparentemente ‘cattive’, come la rabbia verso la persona defunta perchè “mi ha abbandonato”, o dolorose quale il senso di colpa: “avrei potuto salvarti” (anche se non era possibile) e “non ti ho comunicato abbastanza quanto ti volevo bene”. Oltre al sostegno dello psicologo, è importante che il paziente sappia individuare nella sua rete sociale delle persone che possano essergli vicine in questa fase particolarmente delicata del suo attraversamento del lutto e che faccia affidamento anche su di loro negli inevitabili momenti di sconforto.

Quando il paziente giunge ad un buon livello di accettazione ed espressione delle emozioni legate al lutto, è pronto per essere accompagnato dallo psicologo nel processo successivo: ricollocare psicologicamente la persona defunta. Un paziente ricolloca psicologicamente la persona perduta quando prende consapevolezza che, attraverso i ricordi e l’affetto, continua ad avere un legame che la unisce a lei: anche se è fisicamente deceduta, psicologicamente continua ad essere presente in una nuova forma – in una nuova collocazione appunto. Quando il paziente raggiunge questa fase, riferisce spesso di percepire la presenza della persona cara in un modo che gli dà pace. Ovviamente ne sente ancora la mancanza ma accanto ad essa vi è un senso di pace e di tenero affetto.

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A questo punto il paziente è pronto per completare l’ultimo passo, che probabilmente si è già messo in moto nella fase precedente: reinvestire affettivamente il presente, riprogettare il futuro. Il che significa anche ritrovare un significato nella propria esistenza. Ora che lo spazio emotivo non è più sequestrato dal lutto, il paziente può individuare le relazioni e le attività lavorative e di piacere in cui incanalare i suoi affetti, la sua attenzione, le sue energie. E può tornare a fare progetti sul proprio futuro, sia sul piano delle relazioni (ad esempio sposarsi o risposarsi, intraprendere una nuova relazione, avere dei figli) che su quello delle attività (per esempio espandere la propria attività lavorativa, dedicarsi ad un nuovo hobby o a un nuovo sport).

In conclusione di questo articolo, desidero dire che mi sento vicino a chiunque abbia un lutto o dei lutti nella propria vita e nel proprio cuore. Capisco l’angoscia di chi vive questa condizione, la morte è un’esperienza terribile: tra le esperienze umane è l’unica ad essere irreversibile, irreparabile. Per questo desidero dirvi, con fermezza e con la massima delicatezza di cui sono capace: se sentite che questo articolo parla di voi e di quello che sentite, rivolgetevi ad uno psicologo. Non rendetevi soli. Nessuno deve vivere con la morte nel cuore.

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