Lutto, Suicidio

Il suicidio: quando la morte fa più male

In una scena decisiva de “I demoni” di Dostoevskij, una donna si slancia lungo le scale che portano all’appartamento in cui si è rinchiuso suo figlio, ne apre la porta e…lo trova impiccato. Si tratta di Stavrogin, il personaggio attorno a cui ruota tutto il romanzo. Se le vicende del romanzo sono di fantasia, lo shock provato dalla madre nel realizzare che Stavrogin si è tolto la vita è invece uno shock reale, il medesimo che prova chi si trova a vivere una tragedia simile nella vita concreta e non romanzata.

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Ogni lutto è un evento sconvolgente, ma perdere una persona cara per suicidio lo è in misura anche maggiore perchè la morte avviene in modo violento e la violenza viene dalle stesse mani della persona che la subisce. La parola ‘suicidio’ ci turba, ci evoca degli spettri psicologici. Pensiamo anche che fino ai tempi recenti la Chiesa cattolica proibiva di svolgere i funerali per chi moriva suicida ed imponeva di seppellirne il corpo in terra sconsacrata, in quanto riteneva la persona sicuramente maledetta da Dio e destinata all’inferno. Possiamo solo immaginare quale dramma fosse perdere per suicidio una persona cara nei secoli scorsi, in cui la grandissima maggioranza delle persone aderiva alla fede cattolica. Anche se ora sono cambiati sia il clima culturale che l’atteggiamento religioso verso il suicidio, permane comunque quest’aura di tabù e di maledizione attorno al tema, per cui ci sentiamo istintivamente come se fosse meglio parlarne il meno possibile, come se il non metterlo in parola potesse allontanarlo anche dal mondo dei fatti. D’altra parte, noi esseri umani siamo strutturati in modo tale che se qualcuno ci racconta l’esperienza di un’altra persona, noi la immaginiamo come se per un attimo fosse nostra: in questo caso, ciò significa per un attimo immaginarci…morti suicidi. Avete notato un leggero brivido soltanto a leggere queste parole? E’ propriamente a questo che mi riferivo.

Ecco quindi che chi ha perduto il compagno, il genitore, il figlio, l’amico per suicidio trova più difficile parlarne rispetto a chi ha vissuto un “semplice” lutto, e anche quando si decide a parlarne può incontrare resistenze emotive in chi lo ascolta: può percepire che il suo ascoltatore si irrigidisce, si mostra spaventato, oppure si attiva ansiosamente per sviare il discorso. Può vivere questa situazione come un invito a reprimere il suo vissuto, a vergognarsene. Per questo è molto importante che le persone accanto a lui si allenino ad ascoltarlo, anche se l’argomento le turba.

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In questi casi spesso è consigliabile anche rivolgersi ad uno psicologo, in quanto specialista dell’ascolto ed esperto di come gestire emozioni e vissuti complessi come questi. E’ probabile che ci siano alcuni nodi dell’esperienza luttuosa che possono essere sciolti solo con l’aiuto del professionista, di chi è ‘del mestiere’, mentre gli amici e familiari pur con tutta la buona volontà mancano degli strumenti per operare questo scioglimento.

In un prossimo articolo vedremo nello specifico quali sono le emozioni più ricorrenti nelle persone che subiscono un lutto per suicidio.

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