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Genitori e figli, Psicologia dello sviluppo

5 Strategie di sopravvivenza per genitori con adolescenti

Se sei un genitore con un figlio adolescente, conosci per esperienza quanto sia difficile relazionarsi con un ragazzo o una ragazza in piena fase di contestazione (qualcuno ha due o addirittura tre figli contemporaneamente in età adolescenziale – ed è quindi un amante del brivido!).

Probabilmente ti stai ponendo alcune domande: perchè fa sempre il contrario di quello che dico? come posso farmi ascoltare? e soprattutto: come posso aiutarlo a non cadere nelle tante trappole del mondo di oggi?

In questo articolo desidero dare a te (genitore in difficoltà verso cui sento empatia!) 5 strategie per comunicare con il tuo figlio adolescente, strategie che vanno bene sia con ragazzi che con ragazze.

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Strategia n.1

Esistono due tipi di rischi nella vita e in particolare nell’adolescenza: i rischi evolutivi, che portano alla crescita e vanno accettati, e i rischi disfunzionali, quelli che ti mettono soltanto in pericolo.

Prendi un foglio, ripensa a quando eri adolescente (quel tempo così lontano…) e scrivi un comportamento in cui ritieni di esserti preso un rischio che ti ha fatto crescere e un comportamento che si è rivelato una trasgressione che non ti ha lasciato nulla.

Questo ti aiuterà a valutare in modo più preciso quali rischi sono evolutivi per tuo figlio e quali sono invece disfunzionali.

 

Strategia n.2

Parla con tuo figlio dei comportamenti a rischio che hai messo in atto nella tua adolescenza. Non aver timore di parlare delle tue esperienze con alcol, fumo, droghe, guida pericolosa, rapporti sessuali a rischio: se tu gliene parli, e gli spieghi cosa ti ha portato a quei comportamenti e quali effetti hanno avuto su di te, dai a tuo figlio una doppia possibilità. La prima è di pensare che non sei il dinosauro che lui credeva tu fossi e sentirti così più simile a lui. La seconda è di imparare dai tuoi errori senza aver bisogno di metterli necessariamente in pratica anche lui.
So che potete sentirvi in forte imbarazzo di fronte a questo mio invito ma voglio porvi una domanda molto diretta: è più forte la vostra paura o l’amore che avete per vostro figlio?

 

Strategia n.3

Fate attenzione ai vostri comportamenti a rischio! Se voi stessi a volte guidate in modo pericoloso o esagerate con l’alcol o con il fumo, sarete inevitabilmente un modello per vostro figlio a mettere in atto quel comportamento negativo. Se proprio non riuscite a smettere con le sigarette, impegnatevi però a ridurne il numero e ammettete con vostro figlio che siete in certa misura dipendenti dal fumo, e che sentirsene dipendenti non è una bella esperienza mentre lui è ancora in tempo per rimanerne libero.

 

Strategia n.4

Aiutate vostro figlio a trovare dei modi sani per ottenere l’adrenalina e la novità che desidera, per sperimentarsi libero e autonomo senza mettere a rischio la propria sicurezza e la propria salute.

Un nuovo sport, un nuovo hobby, un gruppo giovanile a cui iscriversi. Più piacere trova nelle cose sane, meno ne cercherà nelle cose sbagliate.

 

Strategia n.5

Se vedete vostro figlio in procinto di compiere una decisione sbagliata, (a meno che non si tratti di un comportamento a rischio grave) lasciatelo sbagliare con la sua testa. “Il fallimento è il miglior modo di imparare” cantano i Kings of Convenience, e si impara più da un errore compiuto con la propria testa che da dieci comportamenti giusti suggeriti da qualcun altro. E’ stato così anche per voi se ricordate. Una volta che la scelta si rivela sbagliata, però, siate presenti e sostenete vostro figlio: esplorate insieme a lui come si sente, come è giunto a questa decisione e come in futuro potrebbe decidere in modo migliore per sè.

 

Queste strategie sono pensate in generale per i genitori con figli adolescenti. Può darsi che voi abbiate bisogno di suggerimenti più specifici o che la vostra situazione familiare sia particolare e vada considerata nella sua unicità.

Io sono a vostra disposizione. Se avete bisogno di una consulenza online, potete prenotarla qui e vi contatterò io stesso per fissare l’appuntamento. Se invece la vostra necessità è di incontrarmi a studio, potete chiamarmi o scrivermi ai contatti alla vostra destra.

Lutto

3 modi di sostenere chi vive un lutto

Ognuno di noi ad un certo punto si imbatte nella morte. Sia nella propria vita, perdendo una persona cara, sia nella vita di persone amiche: ad esempio un nostro amico che perde la moglie, una nostra amica che perde il fratello. D’ora in poi mi riferirò ad un ipotetico ‘amico’ in lutto per comodità

Immaginiamo che ti trovi ora di fronte all’amico in lutto: probabilmente quello che sperimenti è imbarazzo. Da una parte vorresti sostenerla, rincuorarla; dall’altra parte non sai come. Hai la sensazione che le parole siano di troppo, inutili, o addirittura che possano far danno. Del resto, pensi che se rimani in silenzio potresti sembrare assente e non saresti di alcun aiuto. Cosa fare?

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Poichè la situazione è complessa, voglio proporti tre modi per mostrarti vicino al tuo amico in lutto.

Il primo modo è…sostenere te stesso. Può sembrarti paradossale visto che stiamo parlando di aiutare l’altra persona. Ti sembrerà meno strano se pensi che, per poter essere una base sicura per il tuo amico, devi in primo luogo essere saldo tu. Per dare contenimento al suo dolore devi saper tollerare la tua frustrazione. E per riuscire in questo, puoi pensare che la morte è la realtà più difficile da accettare nella vita (d’altra parte è esattamente l’opposto della vita), dunque è normale che ci voglia del tempo prima che il tuo amico si riprenda. Per cui non avere aspettative elevate. Non pretendere di togliergli il dolore o di dargli speranza se sta vivendo un momento di fisiologica disperazione – pensa che è solo una fase, naturale, del processo di elaborazione del lutto. Pensa anche che il tuo amico in questo momento non ha particolari pretese da te, è il primo a sapere che nessuno può dargli un pieno sollievo. La cosa sufficiente è che tu sia lì, fisicamente presente (o presente nella conversazione se state comunicando a distanza). Anche i momenti di lungo silenzio vanno bene, anche in quelli c’è ascolto, ascolto del silenzio.

Il secondo modo è lasciargli esprimere il suo dolore. Il tuo amico prova dentro un’angoscia indescrivibile a parole. Può sentirsi disperato. O può non sentire più nulla, come se i suoi sentimenti si fossero anestetizzati (e anche questo è molto doloroso). Può sentirsi arrabbiato verso la persona deceduta perchè l’ha abbandonato; può sentirsi in colpa per non avergli dimostrato abbastanza affetto o perchè si incolpa irrazionalmente della sua morte. Insomma, può sperimentare sentimenti molto forti, che spaventano le altre persone, e che possono essere anche contraddittori tra loro (ad esempio la tristezza per l’assenza e la rabbia per essere ‘abbandonato’). E’ possibile che nel suo cerchio familiare non si dia il permesso di mostrare tutto il suo dolore, magari sente di dover essere forte per sostenere gli altri parenti. E’ possibile che si senta dire da molte persone amiche che non deve disperarsi così, che passerà, che deve cercare di distrarsi – tutte espressioni che partono da un’intenzione positiva ma finiscono solo col far sentire l’amico rifiutato e non accettato in quello che sente. Per cui lascia che il vostro amico vi esprima i suoi struggimenti e le sue ansie, e non correggetelo. Gli sarà utile per liberarsi di parte della sua sofferenza e per rimettere un minimo ordine nella sua mente.

Il terzo modo è condividere le tue esperienze di lutto. Questa terza modalità è più impegnativa, di conseguenza ti consiglio di metterla in atto solo se ne sei convinto e se hai già elaborato il tuo lutto. Condividere le tue esperienze gli permetterà di sentirsi in connessione con lui, e proprio in un momento in cui lui è così triste da poter sperimentare solo con fatica la vicinanza di altre persone. Inoltre, mentre frasi incoraggianti possono sempre incorrere nella sua risposta: “non ci credo, non è vero”, qui tu lo metti di fronte ad un fatto concreto e lui tenderà a prenderlo più seriamente.

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Il lutto si può superare. Nella maggior parte dei casi si supera naturalmente, e se questo non avviene entro un certo tempo si può ricorrere al supporto di uno psicologo. Dunque abbi fiducia anche per il tuo amico: la morte è irreversibile, ma il lutto no, il lutto ha una fine.

Lutto

Il lutto complicato: quando il passato non passa

In un precedente articolo abbiamo visto le cinque fasi attraverso cui tutti noi esseri umani elaboriamo il lutto di una persona affettivamente importante. Il processo di solito si svolge naturalmente, con alcune fisiologiche difficoltà e ricadute, fino a giungere alla fase finale di accettazione che implica la risoluzione del processo stesso. Tutto ciò avviene entro un anno dalla morte della persona cara.

In alcuni casi però trascorre più di un anno, magari passano anni…ma non il lutto. Il lutto non passa. La persona continua ad avere un vissuto di depressione e di perdita e questo limita il suo ‘funzionamento’ nella vita quotidiana, ad esempio ha un crollo nel rendimento a scuola o sul lavoro o dirada le uscite e le relazioni con gli amici o perde interesse e impegno nelle relazioni sentimentali.

C’è una definizione per questa condizione di sofferenza psicologica ed è “Disturbo da lutto persistente e complicato”. Quando il lutto è complicato, trascorso un anno da esso si sperimentano ancora sintomi quali l’incapacità di accettare la morte della persona cara, senso di colpa per la sua morte, evitamento degli stimoli (luoghi, persone) che possono richiamare la perdita, sensazione di essere soli e di non farcela senza la persona deceduta, difficoltà a pianificare il futuro sia a livello di relazioni che di attività. Nei casi più estremi, può esserci anche il desiderio di morire per ritrovare la persona perduta.

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Di fronte a un lutto complicato, è consigliabile rivolgersi ad uno psicologo che aiuti a sbloccare e a vivere pienamente l’elaborazione del lutto, così da potersi sentire di nuovo nel quieora e ritornare ai propri progetti di vita.

Cosa può fare lo psicologo per far elaborare il lutto complicato? Lo psicologo ha il compito di favorire alcuni processi nella persona sofferente. Il primo processo è riconoscere la perdita. La morte di una persona cara è sempre uno shock e si accompagna sempre ad un senso di irrealtà; attraverso il suo ascolto empatico, lo psicologo fa parlare il paziente della perdita, gli fa esprimere le emozioni legate ad essa, e in questo modo lo guida a prendere atto sia razionalmente che ‘di pancia’ del fatto che la persona cara è morta e che la condizione di morte è irreversibile. E’ fondamentale che il paziente si dia il permesso di esprimere ciò che sente, spesso il lutto rimane proprio perchè alcune emozioni non sono state adeguatamente comprese e comunicate. Il permesso di sentire vale soprattutto per quelle emozioni apparentemente ‘cattive’, come la rabbia verso la persona defunta perchè “mi ha abbandonato”, o dolorose quale il senso di colpa: “avrei potuto salvarti” (anche se non era possibile) e “non ti ho comunicato abbastanza quanto ti volevo bene”. Oltre al sostegno dello psicologo, è importante che il paziente sappia individuare nella sua rete sociale delle persone che possano essergli vicine in questa fase particolarmente delicata del suo attraversamento del lutto e che faccia affidamento anche su di loro negli inevitabili momenti di sconforto.

Quando il paziente giunge ad un buon livello di accettazione ed espressione delle emozioni legate al lutto, è pronto per essere accompagnato dallo psicologo nel processo successivo: ricollocare psicologicamente la persona defunta. Un paziente ricolloca psicologicamente la persona perduta quando prende consapevolezza che, attraverso i ricordi e l’affetto, continua ad avere un legame che la unisce a lei: anche se è fisicamente deceduta, psicologicamente continua ad essere presente in una nuova forma – in una nuova collocazione appunto. Quando il paziente raggiunge questa fase, riferisce spesso di percepire la presenza della persona cara in un modo che gli dà pace. Ovviamente ne sente ancora la mancanza ma accanto ad essa vi è un senso di pace e di tenero affetto.

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A questo punto il paziente è pronto per completare l’ultimo passo, che probabilmente si è già messo in moto nella fase precedente: reinvestire affettivamente il presente, riprogettare il futuro. Il che significa anche ritrovare un significato nella propria esistenza. Ora che lo spazio emotivo non è più sequestrato dal lutto, il paziente può individuare le relazioni e le attività lavorative e di piacere in cui incanalare i suoi affetti, la sua attenzione, le sue energie. E può tornare a fare progetti sul proprio futuro, sia sul piano delle relazioni (ad esempio sposarsi o risposarsi, intraprendere una nuova relazione, avere dei figli) che su quello delle attività (per esempio espandere la propria attività lavorativa, dedicarsi ad un nuovo hobby o a un nuovo sport).

In conclusione di questo articolo, desidero dire che mi sento vicino a chiunque abbia un lutto o dei lutti nella propria vita e nel proprio cuore. Capisco l’angoscia di chi vive questa condizione, la morte è un’esperienza terribile: tra le esperienze umane è l’unica ad essere irreversibile, irreparabile. Per questo desidero dirvi, con fermezza e con la massima delicatezza di cui sono capace: se sentite che questo articolo parla di voi e di quello che sentite, rivolgetevi ad uno psicologo. Non rendetevi soli. Nessuno deve vivere con la morte nel cuore.

Narcisismo

3 Strategie per resistere ai narcisisti

In un precedente articolo abbiamo già visto le caratteristiche del narcisista: si crede superiore agli altri, vuole sempre ricevere la loro ammirazione, è incapace di empatia, manipola le persone come pedine su una scacchiera per raggiungere gli obiettivi che si è prefissato. Tuttavia all’inizio di una conoscenza è bravo a nascondere i suoi tratti negativi e ad apparire come una persona indipendente, ambiziosa, creativa, carismatica. Quando comincia a manifestare il proprio lato oscuro e patologico, l’altra persona spesso si è già fatta prendere nella rete del suo fascino…ed uscirne sarà difficile.

Cosa fare quando ci si rende conto di essere di fronte ad una persona (collega di lavoro, familiare, amico, partner) narcisista? Come resistere alle sue sirene?

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Ecco tre strategie proposte dallo psicoterapeuta Les Carter (“Difendersi dai narcisisti”, Tea Pratica, 2018): esaminare la propria rabbia, rimuovere il fattore paura e nutrire fiducia interiore/autonomia.

Col suo modo di fare arrogante, è inevitabile che vi sentiate arrabbiati nei confronti della persona narcisista. Ecco perchè la prima strategia prevede di esaminare la rabbia. Anche se avete ragioni per essere arrabbiati, abbandonarvi agli scoppi di collera non è una soluzione: vedendovi perdere il controllo, la persona narcisista crederà di essere lei ad avere il controllo su di voi. E in effetti sarebbe così. Allo stesso modo comportarsi in modo passivo e reprimere la rabbia sarebbe ai suoi occhi un messaggio del tipo: ‘puoi continuare a comportarti come stai facendo ora’, un silenzio-assenso da parte vostra. La strada suggerita da Les Carter è quindi di esprimere assertivamente (non aggressivamente) la vostra giustificata rabbia. Parlare con fermezza, mantenere la vostra posizione anche di fronte agli attacchi, dire sì o no in modo chiaro, esprimere la vostra opinione senza cadere nella polemica. Anche se è probabile che il narcisista continuerà a comportarsi nel suo modo irresponsabile, voi avrete raggiunto un obiettivo importante: essere leali con voi stessi e con le vostre idee, riconoscervi il vostro potere personale anzichè delegarlo alla persona narcisista.

La seconda strategia consiste nel rimuovere il fattore paura. Spesso, dietro alla rabbia che abbiamo visto prima, si cela un sentimento più profondo che è la paura. Con paura non intendo soltanto lo stare in ansia, ma in generale il mantenersi sulla difensiva. Forme concrete attraverso cui ci si mette sulla difensiva sono: giustificare continuamente le proprie decisioni, fingere assenso quando si è in disaccordo, evitare la persona narcisista, parlarne male con altri piuttosto che affrontare con lei il problema. Spesso le persone ‘impaurite’ hanno avuto dei genitori che erano poco attenti ai loro bisogni emotivi di bambini, e queste persone sono così cresciute comportandosi allo stesso modo dei propri genitori: trascurando le proprie necessità e i propri diritti. Hanno quindi paura di affermare se stessi.  Per superare la paura è necessario pensare che le percezioni distorte che il narcisista vi attribuisce sono soltanto un suo problema; perciò potete anche smettere di giustificare le vostre scelte, è sufficiente che sappiate voi i validi motivi per cui le avete prese. E, soprattutto, non fermatevi alle parole ma agite in direzione del cambiamento. Tradotto in altre parole: non basta che sappiate cosa rispondere al narcisista, occorre soprattutto che agiate poi con fermezza e in modo coerente a quello che si è detto. Molti tentativi di emanciparsi dalla persona narcisista naufragano proprio su questo punto. Non diventate naufraghi anche voi.

La terza strategia consiste nel nutrire la fiducia in se stessi e nello sviluppare la propria autonomia. La persona narcisista ed il partner hanno solitamente una caratteristica in comune tra loro. Quale? Entrambi lasciano che il loro umore e la loro immagine di sè dipendano da come gli altri reagiscono a loro (da quanta ammirazione riceve il narcisista, da quanta vicinanza ottiene il dipendente). In entrambi i casi comunque da fattori esterni. Ve ne potete accorgere se: l’opinione degli altri influenza molto le vostre decisioni, quando l’altra persona è in disaccordo con voi vi date molto da fare per difendere la vostra spiegazione, quando l’altra persona è di cattivo umore tendete a sentirvi di cattivo umore anche voi, quando siete criticati vi mettete sulla difensiva. Si tratta di scoprire che dentro voi stessi avete più sicurezza e capacità di quelle che nel momento del litigio (col narcisista) pensate di avere. La qualità della vostra vita non dipende dalla persona narcisista, dipende da voi. Per sviluppare la necessaria fiducia, vi sarà utilissimo mettervi di fronte ad un foglio di carta e porvi domande come : Chi sono io? Quali sono i miei valori? E i miei punti di forza? Cosa mi piace? Cosa voglio? Prendetevi un quarto d’ora per pensarci e mettete nero su bianco quello che emerge dentro di voi, scrivete tutti quei comportamenti che non volete più assumere nella relazione con la persona narcisista e con quali nuovi comportamenti intendete sostituirli.

La Libertà che Guida il Popolo, un dipinto simbolo della Repubblica Francese

Ricordate che non è una vostra colpa se la relazione con la persona narcisista è difficile: è la persona narcisista ad avere dei tratti disturbati. Perciò potete fidarvi delle vostre intuizioni e di quello che sentite come più giusto per voi. Non dimenticandovi che il modo in cui rispondete alla persona narcisista, questa sì, è una responsabilità tutta vostra.

Lutto

Il lutto: le 5 fasi di elaborazione

La morte. E’ sufficiente la sola parola per far scendere una cortina di freddo nel cuore.

Poichè la morte interrompe la vita e questa vita, con i suoi limiti e le sue insoddisfazioni, è comunque tutto ciò che abbiamo, è chiaro che la morte di una persona cara sia un evento traumatico per qualunque essere umano. In alcuni casi ci sono ulteriori elementi che rendono l’evento-morte più traumatico: che avvenga per un incidente, per un gesto violento di un’altra persona, per una malattia improvvisa, che avvenga quando la persona è ancora giovane o comunque non anziana.

Poichè il lutto è un evento traumatico, quando viviamo un lutto non possiamo superarlo in modo improvviso, con una sorta di schiocco di dita da parte della mente. Ci troviamo necessariamente ad entrare in un percorso, naturale, di elaborazione del lutto che prevede alcune fasi. Possiamo immaginare queste fasi come i gradini di una scala, tutti necessari per arrivare al pianerottolo che segna il superamento definitivo del lutto. Tenendo conto che non si tratta di gradini fisici, per cui il percorso non sarà perfettamente lineare come la salita di una vera scala ma comprenderà inevitabilmente dei momenti di spola tra una fase e l’altra, di ricadute ad un gradino inferiore.

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Il processo di elaborazione del lutto è un processo naturale ma se incontra degli ostacoli può interrompersi e diventare un blocco psicologico. Il DSM 5 (la Bibbia dei disturbi psicologici) comprende il Disturbo da lutto persistente e complicato, che affronterò in un successivo articolo. Qui è sufficiente dire che abbiamo un lutto persistente e complicato quando, da più di un anno, sperimentiamo i vissuti depressivi di perdita e ne è turbato il nostro equilibrio a livello familiare, lavorativo/scolastico, sociale. Il criterio che decide tra un lutto normale e un lutto patologico è quindi temporale, con la data di un anno a fare da spartiacque tra le due forme di lutto.

Secondo una delle massime esperte dell’argomento, la psichiatra Elisabeth Kubler Ross (nel suo libro diventato un classico “La morte e morire”, 1969) ci sono cinque fasi nel processo di elaborazione del lutto.

1) Negazione: è la nostra prima reazione di fronte al lutto. Non riusciamo ancora realizzare che la persona cara è morta, la nostra mente rifiuta questo dato di fatto. La negazione è il meccanismo di difesa che la nostra mente usa per non farci travolgere dallo shock emotivo del trauma nell’immediato.

2) Rabbia: sopraggiunge in noi una forte rabbia indirizzata verso noi stessi o verso la persona scomparsa. La rabbia verso noi stessi è caratterizzata da pensieri quali “avrei dovuto fare di più per lei”, “non le sono stato abbastanza vicino”, “sono stato ingrato nei suoi confronti”. La rabbia verso la persona scomparsa si esprime nel “perchè mi hai lasciato?” e può essere maggiore se la persona è venuta a mancare in età relativamente giovane e se non si era presa sufficientemente cura della propria salute (ad esempio non aveva consultato il medico per alcuni sintomi, aveva continuato a fumare o a non fare attività fisica nonostante il medico gli avesse prescritto il contrario). La rabbia può estendersi anche ai medici che non sono stati in grado di salvare la persona cara. In questa fase, diventiamo facilmente irascibili rispetto al solito e la rabbia può estendersi anche alla nostra visione della vita e degli altri, che possiamo percepire come ingiusti, inaffidabili.

3) Negoziazione: cominciamo a confrontarci con la realtà e a comprendere che la persona è morta e non sarà più con noi. In questa fase ai momenti di sconforto si alternano momenti di speranza in cui cerchiamo di spiegarci quello che è successo, di darci delle risposte e di individuare strategie per riprendere in mano la nostra vita. Incominciamo a guardare avanti.

4) Depressione: in questa fase comprendiamo pienamente la perdita della persona cara. Comprendiamo che non c’è soluzione, non c’è via d’uscita al fatto che è morta. A questi pensieri, com’è naturale che sia, segue un vissuto di profonda tristezza che può essere definito depressivo. Rimuginiamo lungamente sui ricordi vissuti assieme alla persona cara e sul fatto che non sarà più possibile condividere con lei altri momenti simili. Anche se il tono emotivo è più scuro rispetto alle fasi precedenti, essere arrivati a questo punto è segno che siamo più avanti nell’elaborazione del lutto e ha perciò un significato positivo. Sintomi che possiamo avvertire in modo particolare a questo punto sono insonna, mal di testa, aumento o riduzione dell’appetito, difficoltà a concentrarsi, desiderio di stare da soli.

5) Accettazione: siamo riusciti a dare un qualche significato al lutto che abbiamo subito e a riconoscere che appartiene all’ordine delle cose, alle possibilità di questa vita. Anche se la perdita ci fa ancora male, non interferisce più con il normale andamento della nostra vita quotidiana e siamo capaci di intraprendere nuovi progetti, muoverci verso nuovi obiettivi. Viviamo nel presente, non nel passato, e ci proiettiamo nel futuro. Quando siamo giunti a questa fase, possiamo dire che il processo di elaborazione del lutto si è concluso efficacemente.

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Se è passato oltre un anno dal lutto e non si è ancora giunti alla fase di accettazione, significa che molto probabilmente c’è un blocco a livello psicologico che impedisce di arrivare alla fine di questa elaborazione come sarebbe invece naturale. In questo caso è fortemente consigliato di cominciare un percorso psicologico – per sciogliere quei nodi che impediscono di tornare serenamente alla vita presente.

Ansia

Attacchi di panico: quando la mente diviene regista del terrore

Qualcosa ti turba. Cominci ad avere il batticuore, il respiro diventa più corto ed affannato, avverti formicolii agli arti o al viso, sei stordito e hai l’impressione di perdere i sensi…e in tutto questo hai paura di impazzire, di perdere il controllo, di morire! Se questa esperienza ti è nota, hai vissuto un attacco di panico. “Panico” prende il nome dal dio greco Pan, per metà caprone e per metà uomo, che si dilettava a comparire all’improvviso di fronte agli uomini in cammino terrorizzandoli; poi si dileguava in modo altrettanto fulmineo, lasciando i malcapitati con un forte turbamento interiore. Chi ha avuto un attacco di panico non lo dimentica: è come aver guardato la morte in faccia. E come il dio Pan, l’attacco di panico appare, si consuma e scompare in un tempo relativamente breve (10-15 minuti) ma i suoi effetti rimangono a lungo, per ore e per giorni, in un disturbante ricordo.

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Per parlare di Disturbo da attacchi di panico come indicato nel DSM 5, la persona deve aver avuto diversi attacchi di panico e in seguito ad essi deve aver vissuto per almeno un mese nel timore che gli attacchi si ripresentassero. Questo implica che la persona ha anche modificato il suo comportamento abituale per cercare di scongiurare nuovi attacchi di panico: ad esempio la persona ha avuto un attacco di panico mentre era in metro e da quel momento si muove solo con bus o a piedi, anche se in questo modo allunga considerevolmente i tempi per arrivare a lavoro e tornare a casa.

Quando si sperimenta un attacco di panico, è molto arduo calmarsi attraverso la ragione. Da un punto di vista fisiologico, infatti, durante l’attacco si attiva una zona del cervello detta amigdala, più antica rispetto alla corteccia frontale (l’area del ragionamento) e molto più rapida nell’entrare in azione: è un po’ come fare uno scatto dai blocchi di partenza contro Usain Bolt, indovina chi vincerà? D’altra parte l’amigdala è il nostro salva-vita: se pensiamo ai primi uomini e alla loro vita in mezzo ad una natura selvaggia e scarsamente prevedibile, la sopravvivenza del genere umano la dobbiamo molto a questa minuscola parte del cervello che ha le dimensioni di una noce.

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Come fare se si soffre di attacchi di panico? Niente panico – per quanto possibile. Anche se gli attacchi sono così spaventosi, la buona notizia è che oggi possediamo tutti gli strumenti per uscire da questo gorgo del terrore in pochi mesi.

Spesso nella fase iniziale, quella in cui gli attacchi di panico sono più acuti, è necessario prendere anche degli psicofarmaci. Di solito si combinano un ansiolitico e un antidepressivo SSSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina: ad esempio sertralina, paroxetina, escitalopram).

E’ fondamentale combinare gli psicofarmaci con un percorso psicologico. Gli psicofarmaci agiscono sui sintomi fisici, quelli più difficili da controllare. Il percorso psicologico invece agisce sulla parte psicologica. Attenzione, è un lavoro fondamentale perchè i sintomi fisici sono effetti mentre la causa è a livello psicologico: il lavoro psicologico è quello che va ad agire sul cuore del disturbo.

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Qual è la caratteristica più spaventosa degli attacchi di panico? Il fatto che sembrano venire dal nulla, come il dio Pan di cui parlavo sopra. Sembrano letteralmente senza senso. Nulla spaventa l’essere umano più dell’assenza di significato, di un perchè. Per questo, la prima cosa che lo psicologo deve fare insieme al paziente con attacchi di panico è capire il significato di questo attacchi. Gli attacchi si manifestano in modo improvviso, e si avvertono nel corpo prima che nella mente, è vero; ma non avvengono a caso, hanno un significato. Avvengono in quel preciso momento per una ragione, spesso dopo un lungo periodo in cui la persona covava un crescente nervosismo, e c’è un motivo per cui avvengono. Portano un messaggio con sè, che spesso la persona prima era troppo occupata per ascoltare o che non era pronta emotivamente ad accettare, e così si è arrivati all’attacco di panico. Per spiegare questo concetto ho scelto di avvalermi delle condivisioni che mi hanno fatto persone che hanno sofferto di attacchi di panico. Ecco i messaggi che hanno avuto per queste persone: “a me gli attacchi venivano quando le cose mi sfuggivano di mano tendo a voler avere molto controllo sulle cose” (il messaggio era di lasciarsi vivere di più e costringersi di meno al controllo); “volevo essere all’altezza delle aspettative di tutti” (il messaggio era di seguire i propri desideri e uscire dalla gabbia delle aspettative altrui); “per me erano espressione di impotenza e di debolezza, prima facevo finta di essere una donna forte” (il messaggio era di togliere la maschera ed essere se stessa con gli altri, anche nel suo lato fragile).

Possiamo dire che tendenzialmente attraverso gli attacchi di panico irrompe sulla scena una parte di noi che non si sente sufficientemente accettata e protetta nella vita quotidiana, e per ottenere la nostra attenzione si trova costretta a questo colpo di scena che è l’attacco di panico. La chiave per superare gli attacchi di panico sta dunque nell’ascoltare questa parte, i suoi bisogni, e nel prendersene cura consapevolmente. In questo modo il corpo non avrà più bisogno di diventare il teatro del terrore e di ciò che in noi abbiamo negato e represso.

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Depressione

Christmas blues: la malinconia sotto l’albero di Natale

Avete mai sentito parlare di Christmas blues? Può darsi che non abbiate familiarità con questa espressione inglese, neanche io la conoscevo fino a pochi anni fa: si tratta della “malinconia natalizia”. Molti la traducono con “depressione natalizia” ma trovo l’espressione fuorviante in quanto la depressione è una patologia mentre il Christmas blues non lo è. Chiamiamola dunque malinconia natalizia: con essa si intende il senso di tristezza che alcune persone avvertono con l’avvicinarsi del Natale e delle feste vicine (capodanno, Epifania). Oltre ad una caduta dell’umore, chi soffre di Christmas blues sperimenta anche alcuni tra questi effetti: ansia, crisi di pianto, difficoltà nel dormire, aumento dell’appetito, desiderio di isolarsi.

A proposito di isolamento, chi si sente “blue” vive con estrema difficoltà l’aspetto sociale delle festività, ossia il sottoporsi ad una fitta scheda di incontri con familiari, diversi dei quali non si incontravano dal Natale precedente. Anche la diminuzione degli impegni lavorativi e scolastici può giocare a sfavore. Infatti con l’allentarsi del lavoro/studio la mente perde il ritmo quotidiano e tende a riempire il vuoto creatosi con le ruminazioni malinconiche, appesantendone l’effetto. Non aiuta neanche il periodo in cui cade il Natale nel nostro emisfero (boreale): d’inverno, quando le ore di luce sono al minimo annuale. Questo influisce sul nostro cervello: vi è meno serotonina in circolo, un neurotrasmettitore detto anche ‘ormone del buon umore’, e l’effetto è che…l’umore diventa meno buono.

Chi soffre di Christmas blues?

Ci sono persone che ne soffrono solo in alcune occasioni specifiche e ce ne sono altre che affrontano il Natale così da anni, decenni, a volte a quanto ricordano da tutta la vita.

Per chi ne soffre occasionalmente, c’è un evento scatenante come la malattia o la morte di una persona cara, il sopraggiungere di una difficoltà economica, la rottura di una relazione sentimentale: l’arrivo del Natale, occasione di festa, finisce con l’amplificare la tristezza già presente nella persona. Non bisogna allarmarsi in quanto si tratta di una fase temporanea, col passare del tempo o col mutare della situazione esterna la persona tornerà allo stato d’animo abituale.

Per chi ne soffre da anni o decenni, è probabile che ci sia sotto un ‘lutto difficile’, non elaborato, intendendo con lutto sia la morte reale di una persona che la morte simbolica di una relazione. A volte questa sensazione di lutto è presente fin da quando la persona è bambina: pensiamo a chi è rimasto precocemente orfano, a chi è stato abbandonato, a chi ha fatto esperienza di genitori trascuranti, tossicodipendenti, violenti, abusanti. In questi casi tutta l’area ‘famiglia’ viene vissuta come un grande lutto, cioè come la morte di quel bisogno di essere amato proprio di ogni bambino e di ogni essere umano. Possiamo intuire che rivolgersi ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta sarebbe fondamentale per sbloccare l’elaborazione del lutto e poter tornare a guardare davanti a sé.

Giunti a questo punto, immagino che chiunque si sarà chiesto: cosa si può fare per affrontare il Christmas blues? Se si tratta solo di malinconia natalizia e sotto non ci sono i problemi più complessi che abbiamo visto prima, la prima cosa è ricordarsi il proverbio: “il tempo è la miglior medicina”. Vi sentite tristi, vi sentite “blue”, ma sapete già che finirà insieme alle vacanze natalizie.

Nel frattempo, è importante che accettiate la parte di voi che soffre. Non rimproveratela, non costringetela a entusiasmi forzati o a sorrisi tirati. Parlateci dentro voi stessi, ascoltatela, capite quali sono i suoi bisogni e andatele incontro. Abbiamo detto che il maggior tempo a disposizione porta a rimuginare su aspetti malinconici ma potete anche sfruttare il tempo libero a vostro favore: perchè non vi dedicate ad un’attività che durante l’anno avete poco tempo di praticare? Potreste porvelo proprio come obiettivo delle vacanze di quest’anno. Infine, confidare ad almeno una persona amica fidata la vostra malinconia natalizia potrebbe farvi molto bene. Sarebbe un modo per dare spazio alla parte triste di cui parlavamo prima, e potreste scoprire che anche l’altra persona non sta vivendo un Natale da sogno. La malinconia natalizia è molto più diffusa di quanto immaginate e non siete soli nel sentirvi così, parola di psicologo.