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Relazioni di coppia

Il triangolo sì! Le 3 componenti dell’amore secondo Sternberg

Di cosa ha bisogno una storia d’amore per resistere al tempo?
E’ una delle domande che il genere umano da sempre si pone, e come tutte le domande più importanti per l’esistenza umana sono state date tante risposte, anche contraddittorie tra loro. Ci sono anche non poche persone che ritengono che una storia d’amore non possa affatto resistere al tempo. In questa varietà di risposte, oggi ci occuperemo del modello triangolare dell’amore elaborato dallo psicologo R.J.Sternberg (quindi – mi riallaccio al titolo – no, non sto parlando del triangolo del grande Renato Zero!).

Renato Zero

Il modello è detto triangolare perchè, come il triangolo ha tre lati, così questo modello ritiene che una relazione d’amore si basi su tre componenti fondamentali: passione, intimità e impegno. La passione…lo avete già intuito, è l’attrazione fisica, l’intesa sessuale. L’intimità significa confidare al partner i propri pensieri e le proprie emozioni, condividere affinità, prendersi cura dei bisogni del partner. L’impegno indica la volontà di mantenere una relazione stabile. Come si combinano i tre elementi che abbiamo appena visto?

Nella relazione in cui c’è solo passione, i partner persone sono interessati a condividere soltanto rapporti sessuali: infatuazione.

Nella relazione in cui c’è solo intimità, ci sono confidenza e calore ma i partner si vivono essenzialmente come amici più che come due persone che stanno insieme: amore-amicizia.

Nella relazione in cui c’è solo impegno non vi è più alcun contenuto di attrazione fisica (passione) o di condivisione emotiva (intimità) a tenere legata la coppia, ma soltanto uno sforzo di volontà: amore vuoto.

Nella relazione in cui ci sono sia intimità che passione, vi sono una vita sessuale soddisfacente e una buona sintonia emotiva ma manca l’intenzione di prendere una decisione a lungo termine circa la relazione: amore romantico.

Nella relazione in cui ci sono intimità e impegno, si percepisce il partner come il proprio porto sicuro ed il proprio miglior confidente ma manca la tensione erotica: amore cameratesco.

Nella relazione in cui ci sono passione e impegno, i partner si desiderano fisicamente e hanno la volontà di impegnarsi in una relazione a lungo termine, ma non hanno un vero coinvolgimento emotivo e una vera intimità psicologica: amore fatuo.

Triangolo dell'amore - Sternberg

Infine c’è la relazione in cui sono presenti tutti e tre gli elementi – passione, intimità ed impegno – e che rappresenta l’amore pieno. Nelle coppie che hanno una relazione stabile da trenta, quarant’anni sono riscontrabili tutte e tre queste dimensioni, anche se ovviamente la passione ha acquisito un ruolo secondario rispetto all’intimità e all’impegno.

Depressione

La depressione: il male oscuro svelato

Fino a qualche decina d’anni fa la depressione era definita ‘il male oscuro’: oscuro come la sofferenza provocata e come la ricerca di una causa e di una cura. Oggi questa malattia non è più oscura, fortunatamente: ci sono molti psicofarmaci e molti modelli di psicoterapia che si sono dimostrati efficaci nel trattamento di persone depresse. Allo stesso tempo sembra che, nella nostra società, aumentino sempre di più le persone che sperimentano la depressione: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2020 la depressione sarà al secondo posto tra le malattie che causano invalidità, dietro soltanto al gruppo delle patologie cardiovascolari!

Cerchiamo quindi di comprenderla. Solitamente quando parliamo di depressione ci riferiamo a quella malattia che il DSM 5, definisce come “Disturbo depressivo maggiore”. La persona depressa sperimenta la maggioranza di questi sintomi: umore depresso, perdita di piacere per tutte le attività, marcati aumento o riduzione di peso, sonno, attività psicomotoria, estremo senso di colpa, ricorrenti pensieri di suicidio (può trattarsi di fantasie o di pianificazioni vere e proprie). Questo scenario interiore, come potete immaginare, ostacola la vita quotidiana della persona e si ripercuote sulle relazioni familiari, sul lavoro (o studio), sulle amicizie: una persona depressa non riesce a portare avanti la vita che conduceva prima di ammalarsi di depressione.

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Qual è la causa della depressione? In psicologia non abbiamo mai una risposta del tipo “la causa è X” – a Freud piaceva dare questo tipo di risposte ma è stato leggermente superato… – e riteniamo che ci siano sempre dei fattori combinati insieme che, come i sentieri di una montagna, portano alla vetta della malattia. In pratica ci sono dei fattori di vulnerabilità e quando una persona ne sperimenta diversi molto probabilmente sviluppa la patologia. Nel caso della depressione, ci sono fattori biologici (patrimonio genetico, neurotrasmettitori), fattori psicologici (pensiero dicotomico del tipo tutto/niente, convinzioni pessimistiche su se stessi, il mondo/gli altri, il futuro) e fattori familiari e sociali. A proposito di fattori familiari e sociali, gli studi ci dicono che è a maggior rischio di depressione chi in età infantile ha vissuto la morte di un genitore, chi ha avuto genitori attenti ai bisogni materiali ma non a quelli emotivi e chi ha avuto un genitore fisicamente o psicologicamente malato. Se il genitore in questione era depresso, vi sono sia una probabile vulnerabilità ereditaria alla depressione (fattore biologico) che un modello in famiglia di persona depressa (fattore familiare).

Poichè la depressione è una combinazione di molti fattori, anche la sua terapia dev’essere un arco che contenga al suo interno diverse frecce.

In molti casi i farmaci antidepressivi sono necessari per riequilibrare lo squilibrio chimico che si è creato nel cervello della persona depressa: ci sono ancora persone restie ad assumere psicofarmaci ed è bene che sappiano che “ormai i nuovi antidepressivi sono affidabili, sicuri e tollerabili” (La Rosa, Onofri, “La depressione”, 2017). Solitamente sono necessarie 2-3 settimane prima di sperimentarne gli effetti positivi, quindi non c’è da allarmarsi se nei primi giorni non si avverte un miglioramento.

I farmaci vanno ad agire sui sintomi ma per agire sulle cause – e quindi per superare in modo duraturo la depressione – è necessaria la psicoterapia.

Su quali punti lavora il terapeuta con il paziente depresso? Innanzitutto è molto utile fare un po’ di psicoeducazione, ossia spiegare al paziente cos’è la depressione. Infatti “la possibilità di attribuire alla malattia molti dei sintomi e non a ipotetiche personali mancanze è già un atto terapeutico” (La Rosa, Onofri, 2017).

A questo punto il terapeuta aiuta il paziente a collegare la condizione depressiva ad un evento scatenante: può trattarsi di un lutto, di una separazione, di un mutamento nella situazione lavorativa.

Successivamente il terapeuta guida il paziente nell’esplorare e nel ricostruire la propria storia familiare: un occhio di riguardo viene prestato a lutti e separazioni avvenuti in età infantile in quanto sono eventi di perdita e la depressione, come abbiamo visto, è essenzialmente un vissuto di perdita. Un’attenzione particolare la merita il legame di attaccamento che il paziente ha sviluppato da bambino con la madre o con chi ne ha ricoperto il ruolo: spesso i pazienti depressi hanno fatto esperienza di una madre che non era in contatto emotivo con loro, che non era affettivamente disponibile e hanno quindi imparato che dovevano farcela da soli.

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La relazione terapeutica è fondamentale in ogni trattamento psicologico ma con il paziente depresso lo è persino di più; la persona depressa infatti è in una condizione di vulnerabilità, condizione in cui si attiverà inconsciamente il sistema di attaccamento con il terapeuta allo scopo di ottenere conforto e protezione. Se il terapeuta risponde in modo empatico e accogliente, il paziente farà un’esperienza psicologica nuova (un ‘genitore’ che si sintonizza con i suoi vissuti emotivi) e potrà cominciare a interiorizzare una figura genitoriale nutriente e protettiva.

Un ultimo elemento su cui è necessario agire è lo stile di vita. Fare attività fisica regolarmente e immergersi nelle relazioni sociali sono dimensioni che devono sempre accompagnare la psicoterapia e la terapia farmacologica. E’ attraverso questo arco munito di differenti frecce che è possibile sconfiggere, oggi, la depressione.

Dipendenza affettiva, Relazioni di coppia

Dipendenza affettiva: quando io “non vivo senza te”

Dipendenza affettiva: due parole sempre più pronunciate nelle conversazioni, sempre più cercate su Google, sempre più fonte di interesse per le persone. Il paradosso è che nel DSM 5, il testo guida sui disturbi psicologici per tutti gli psichiatri, gli psicoterapeuti e gli psicologi, la dipendenza affettiva…non compare. E’ presente il disturbo dipendente di personalità, che però è un disturbo diverso e più grave. La ragione di questa assenza che fa rumore è l’insufficienza di dati sperimentali. Immagino che il DSM 6 la inserirà: ma nel frattempo parliamone noi.

Con dipendenza affettiva intendiamo la ricerca esagerata e morbosa verso un partner affettivo: il partner è il significato della propria vita, non si può fare a meno di lui e questa necessità del partner diviene fuori controllo – come in ogni dipendenza. Ora, tutti noi siamo inter-dipendenti, nel senso che per soddisfare alcuni bisogni, specialmente bisogni emotivi, ci è necessario il contatto con altri esseri umani. Ma si tratta di una ‘dipendenza’ circoscritta ad alcuni ambiti e ad alcuni momenti: nel complesso siamo persone autonome.

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Da cosa ci accorgiamo che una persona (possiamo essere anche noi stessi) ha invece una dipendenza affettiva? Di solito non c’è bisogno di ragionarci molto, è sufficiente osservare quanto visceralmente e simbioticamente è legata al partner (avete presente quei commenti degli amici della coppia del tipo: “Gli sta sempre appiccicata, non si stacca un attimo”, “Parla sempre di lei, solo di lei, sembra che esista solo lei”, “E’ uno zerbino, fa tutto quello che lei gli dice”?). A volte la situazione può essere più sfumata, quindi è utile sapere che chi vive una dipendenza affettiva tende a negare i difetti del partner, a non dirgli mai di no, è disposto a gesti estremamente scomodi e umilianti pur di mantenere il quieto vivere nella coppia, sembra non avere nel tempo libero un’attività alternativa allo scrivere al cellulare/chiamare/stare con il proprio partner. Un punto fondamentale: anche quando la relazione è molto usurata o si è trasformata in un farsi reciprocamente del male, la persona con dipendenza affettiva non riesce a chiuderla: non è in grado neanche di pensare a questa ipotesi, è terrorizzante per lei, la immagina come un annientamento.

Le persone a maggior rischio di dipendenza affettiva sono quelle che hanno una bassa autostima, che nell’infanzia non hanno visto riconosciuti i loro bisogni emotivi e che hanno difficoltà a mettere dei confini tra sè e gli altri: questo porta a confondere i propri bisogni con i bisogni dell’altro e a creare relazioni che sono simbiosi, fusioni. Come partner tendono a scegliere due tipi di persone. Il primo tipo è costituito da individui apparentemente molto indipendenti, che le attraggono per l’aura di sicurezza che trasmettono (ad esempio persone con tratti narcisisti), che però si rivelano con il tempo distaccati, manipolatori, non veramente innamorati. Il secondo tipo è costituito da persone dipendenti come loro, così che la coppia inizialmente sembra viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda, ma col tempo poi emergono le insufficienze personali di entrambi e la relazione evolve verso una ‘dipendenza ostile’, un legame cioè sempre di dipendenza ma in cui la maggior parte del tempo è trascorsa in litigi e rivendicazioni.

Inquadrato fin qui il problema della dipendenza affettiva, resta sospesa la domanda: come è possibile uscirne?

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Innanzitutto è necessario che la persona affettivamente dipendente ammetta che c’è qualcosa di problematico nel suo modo di relazionarsi. Si tratta di una presa di coscienza difficile, dolorosa, in quanto va a mettere in dubbio essenzialmente tutte le relazioni sentimentali messe in piedi fino a quel momento: spesso la persona è in grado di accedere a questa consapevolezza solo di fronte all’ennesimo fallimento relazionale (imminente o già avvenuto). E così si rivolge allo psicologo.

Il lavoro psicologico è composto da tre punti. Il primo è costruire un rapporto di profonda fiducia con lo psicologo, in quanto inizialmente la persona avrà bisogno di ‘dipendere’ in parte dallo psicologo – non può uscire dalla dipendenza con uno schiocco di dita. Il secondo punto è rileggere la storia infantile della persona per capire dove sia nata la tendenza a dipendere e quale utilità abbia avuto in passato: è la chiave di volta. Dopo aver scoperto questa chiave si potrà passare alla terza ed ultima fase, ossia trovare dei modi nuovi e più funzionali di stare in una relazione sentimentale, soddisfare i propri bisogni emotivi e di fare esperienza di sè come persona autonoma e adulta (non più ‘bambina’ come nella dipendenza).

Narcisismo, Relazioni di coppia

Le 5 pretese del narcisista

Abbiamo già parlato in diverse occasioni del narcisista: abbiamo fatto uno zoom sulle sue caratteristiche, abbiamo scoperto quali sono le sue vittime preferite e abbiamo esaminato alcune strategie per difendersi da lui. In questo nuovo articolo desidero andare più in profondità dentro la figura del narcisista e mostrare quali sono le 5 pretese che porta con sè in qualunque relazione si intrattenga.

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1) “Devi essere leale con me”. Il concetto di lealtà per il narcisista ha due caratteristiche diverse rispetto al resto del mondo: in primo luogo è unidirezionale, ossia è il suo interlocutore a dover essere leale con lui, mentre lui è dispensato da quest’obbligo verso l’altro; in secondo luogo non è una lealtà ragionevole, come quella che nutriamo verso una persona di cui possiamo fidarci, ma si tratta piuttosto di cieca sottomissione. Essere leali significa fare quello che il narcisista chiede di fare, anche quando la sua richiesta è irragionevole e fare in un altro modo sarebbe una scelta chiaramente migliore.

2) “Non è mai colpa mia”. Abbiamo già visto che il narcisista ha un’immagine grandiosa di se stesso, un’immagine che tende a identificarsi con la perfezione e ad allontanare il concetto di errore. Quando una persona mette il narcisista di fronte al suo errore, lui non può ammetterlo e cerca quindi di sminuirlo o di attribuirne la responsabilità a fattori esterni o ad altre persone: se l’errore riguarda la relazione con l’interlocutore, è molto probabile che se ne esca con l’affermazione “Se qui c’è qualcuno che ha dei problemi, sei tu!”.

3) “Non parlare a nessuno dei nostri problemi”. Questo vale soprattutto nelle relazioni sentimentali. Spesso il narcisista e la sua partner hanno dei litigi per via della personalità impossibile del narcisista: tuttavia il narcisista non vuole che persone esterne siano messe a conoscenza dei litigi e dei problemi di coppia, in quanto ciò intaccherebbe l’immagine impeccabile che loro vogliono dare all’esterno. Quindi il narcisista cerca sistematicamente di isolare affettivamente la sua partner spingendola a soffocare dentro di sè i problemi di coppia.

4) “Io non devo soffrire”. Ci troviamo di nuovo di fronte ad una regola unidirezionale, che vale per l’altra persona ma non per il narcisista: lui, infatti, non ha problemi ad infliggere sofferenze alle altre persone, sia perchè spesso non se ne accorge sia perchè, anche quando ne è consapevole, per lui la sofferenza degli altri non ha una grande importanza. Quando però è lui a sentirsi infelice, spesso per ragioni futili, la sua pretesa è di divenire il centro dell’attenzione dell’altra persona. In questo il narcisista mostra la sua somiglianza a un bambino viziato e le sue proteste possono essere paragonate ai capricci infantili.

5) “Le regole non valgono per me”. Potremmo dire che per il narcisista vale una sola regola: che lui è al di sopra delle regole. Le regole valgono per gli altri, e può considerarle un valore in linea teorica, spesso per fare bella figura con l’interlocutore: quando però rispettare una regola implica fare un sacrificio e rinunciare ad una gratificazione, ecco che il narcisista è pronto a ritrattare l’importanza della regola o a trovarvi diabolicamente un’eccezione che si applica proprio al suo caso.

Rispetto alle pretese del narcisista, perderà tempo e soprattutto tante e energie emotive chi cercherà di convincerlo che esse sono irrealizzabili e che occorre mettersi sullo stesso piano delle altre persone. La sola posizione funzionale è agire secondo la propria coscienza e lasciare che il narcisista cuocia nel suo stesso brodo.

Autostima, Genitori e figli, Psicologia dello sviluppo

L’autostima per tuo figlio parte 3: Le tre parole d’ordine

In questa terza puntata dell’autostima per i propri figli, dopo aver visto i concetti di base sicura ed esplorazione e le 5 condizioni per l’autostima secondo Coopersmith, prenderemo in considerazione altri tre elementi tre parole d’ordine.

La prima è contatto fisico. Non so se conoscete l’esperimento che l’imperatore Federico II di Svevia fece nel 1200. Secondo la leggenda, egli desiderava stabilire quale fosse il linguaggio originario degli uomini (il greco, il latino, l’aramaico): così prese alcuni neonati e diede ordine alle balie di accudirli per quanto riguardava il cibo e la pulizia, ma di non coccolarli e di non parlargli in alcun modo. Il risultato dell’esperimento fu nullo, perché purtroppo tutti i bambini morirono. Gli studi sugli orfanotrofi fatti nel 1900 ci hanno permesso di scoprire questa verità fondamentale: il bambino ha bisogno di coccole fisiche e che gli si parli, altrimenti cresce con dei ritardi mentali o addirittura muore.

Ecco, a proposito di contatto fisico, se voi ne fornite poco a vostro figlio è probabile che lui non si senta pienamente desiderato da voi. Inconsciamente penserà: Se mamma e papà mi vogliono bene, perché mi abbracciano così poco? Perchè non mi accarezzano? Quando vi è un grande mancanza di contatto fisico da parte dei genitori, il bambino rischia di prendere da adulto una di queste due decisioni disfunzionali (parliamo sempre di decisioni inconsce): o di evitare il più possibile il contatto fisico, anche nelle relazioni sentimentali, divenendo quindi una sorta di fobico del contatto fisico; o di cercare strenuamente il contatto fisico attraverso molteplici relazioni sessuali, in una sorta di consumismo dei corpi. In entrambi i casi, non sperimenterà il corpo come mezzo di amore.

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Oltre al contatto fisico, è importante che il bambino si senta accettato così com’è e non in relazione alle sue performance, a quanto è in grado di soddisfare le aspettative paterne e materne di come dovrebbe essere un bravo bambino. Come afferma Nathaniel Branden, grande studioso dell’autostima in campo psicologico, “purtroppo molti di noi ricevono messaggi di questo tipo: Puoi avere un buon potenziale ma sei inaccettabile così come sei. Hai bisogno di riparazioni. Un giorno forse sarai abbastanza, ma adesso no. Lo sarai solo adeguandoti alle nostre aspettative” (N.Branden, “I sei pilastri dell’autostima”, 1994). Attenzioni: è raro che questi messaggi vengano trasmessi esplicitamente dai genitori, che vengano detti così come li ha scritti Branden. Succede piuttosto che tali messaggi vengono comunicati in modo implicito, non detto: ad esempio dicendo costantemente al bambino che deve fare di più, anche dopo che ha fatto una cosa bene, oppure dicendogli che se non farà le cose in un certo modo il papà e la mamma si preoccuperanno per causa sua.

Infine, è necessario che il vostro bambino si senta visibile. Quando il bambino gioca e il genitore risponde sorridendo, quando il bambino esprime paura e il genitore lo rassicura, il bambino si sente visto: il genitore intuisce il suo stato d’animo e lo condivide. Ma quando il bambino gioca e il genitore risponde seriamente e in modo seccato, quando il bambino ha paura e il genitore continua a parlare con un altro genitore o a guardare lo schermo del suo Iphone, ecco, in quel caso il bambino si sente non visto: il genitore non risponde in modo coerente con ciò che lui sente e con i bisogni che lui avverte. Il rischio è che, da adulto, il bambino impari a fare la stessa cosa con se stesso: ignorare i suoi stati d’animo, passare sopra i suoi bisogni. Spesso queste persone da adulte sono così disabituate ad ascoltare se stesse che, alla domanda “Quali desideri ha?” da parte dello psicologo, dopo un certo silenzio rispondono: “Non ne ho idea”.

Le tre parole d’ordine di oggi sono quindi: contatto fisico, accettazione incondizionata, visibilità!

Autostima, Genitori e figli, Psicologia dello sviluppo

Come favorire l’autostima in tuo figlio parte 2 – Le cinque condizioni

Nello scorso articolo abbiamo visto come il bambino abbia bisogno di una base sicura e dell’esplorazione, di essere protetto e di essere lasciato libero.

Ora ci concentriamo sulle 5 condizioni dell’autostima nei bambini secondo Coopersmith (‘The antecedents of self-esteem, 1969).

La prima condizione è che il bambino sia accettato nei suoi sentimenti e nei suoi pensieri. Questo significa che non ci sono sentimenti buoni e sentimenti cattivi, i sentimenti sono neutri; ad essere buona o cattiva è la risposta che noi scegliamo di dare ai sentimenti. Quindi al bambino arrabbiato non si deve dire che la rabbia è cattiva o peggio ancora che lui è cattivo ad arrabbiarsi. Lo si deve invece aiutare a capire perché si sente in questo modo, quale ingiustizia ritiene di aver subito, e come potrebbe esprimere la sua rabbia in modo accettabile e non distruttivo – ad esempio prendere a pugni un cuscino può essere un esercizio utile e divertente da fargli fare, sicuramente preferibile al dare un calcio alla sorellina o al far risuonare le sue grida per tutto il condominio.

La seconda condizione è dare al bambini limiti chiari e non definiti. Può suonare come un’affermazione strana vedendo quanto intensamente a volte i bambini si ribellano alle nostre regole: tuttavia il bambino ha bisogno di segnali precisi circa cosa è giusto e cosa è sbagliato, di vivere in un contesto organizzato, così che piano piano possa interiorizzare questa organizzazione e divenire un ragazzo e poi un adulto capace di gestire se stesso. Un bambino che vive senza regole diviene invece un piccolo tiranno, in casa e a scuola con i coetanei, cosa che lo renderà difficilmente amabile e soprattutto lo farà crescere senza la capacità di controllarsi. Allo stesso tempo, un bambino che viva in una famiglia piena di regole si troverà nel timore costante di trasgredirle e di essere punito, e in ogni caso vivrà costantemente sotto sforzo e con scarsa libertà. Crescerà un po’ come un piccolo segretario.

La terza condizione è che il bambino si senta rispettato. Questo significa che i rimproveri e le correzioni dei genitori non lo mettano mai in una situazione umiliante, che non subisca punizioni violente, che non sia messo in ridicolo. Occorre fare grande attenzione quando si rimprovera o si punisce un figlio perché è facile che la rabbia spinga il genitore in una di queste direzioni, senza che lui ne sia realmente consapevole.

La quarta condizione è che i genitori abbiano delle aspettative alte circa il comportamento del figlio. Attenzione: ho scritto alte, non altissime…o perfette. Ci sono genitori che proiettano sui figli aspettative così elevate che nessuna persona al mondo potrebbe soddisfarle, spesso si tratta di genitori che nella loro vita personale non hanno avuto modo di seguire le proprie aspirazioni e vogliono ora viverle attraverso il figlio. Avere aspettative ragionevoli ed elevate verso il proprio figlio invece è importante perché significa che si ha fiducia in lui e nelle sue capacità, e questo lui lo percepisce e lo spinge a impegnarsi con molte energie. Avere aspettative basse sicuramente non rischia di mettere troppa pressione sul proprio figlio…il problema è che non lo spinge neanche a crescere, a migliorarsi, a vedersi come efficace. Lo culla semplicemente nell’essere mediocre.

La quinta condizione è che…i genitori stessi del bambino abbiano un buon livello di autostima. Avere buona autostima rende più efficaci come genitori; inoltre in questo modo il bambino ha davanti ai suoi occhi un modello da seguire per avere autostima. I bambini imparano soprattutto tramite modellamento: il primo modo per lavorare sull’autostima dei vostri figli…è lavorare sulla vostra autostima!

Genitori e figli, Psicologia dello sviluppo

Come favorire l’autostima in tuo figlio parte 1: Base sicura ed esplorazione

Mi sono sentito rivolgere da diversi genitori la domanda: Come posso aiutare mio figlio/mia figlia a crescere con autostima?

I genitori moderni sono in generale più consapevoli della ricaduta psicologica che i loro comportamenti possono avere sui figli. Tuttavia, molti genitori esprimono il desiderio di favorire l’autostima dei figli senza avere in mente il ‘come’. Ho scelto di scrivere un ciclo di articolo (questo è il primo) proprio per dare delle risposte a questi genitori.

Partiamo da due principi fondamentali, scoperti da Bowlby e formulati nella sua teoria dell’attaccamento (“Attaccamento e perdita”, opera in 3 volumi, 1969-1980). Ogni cucciolo d’uomo per crescere in modo sano ha bisogno di una bisogno di una “base sicura” e di “esplorazione”. La base sicura è il genitore (o chi ne fa le veci) con cui ha il legame di attaccamento, e per essere sicura deve essere in grado di fornire al bambino protezione e sostegno nei momenti di pericolo e difficoltà. Allo stesso tempo, il bambino ha bisogno di cominciare ad esplorare l’ambiente, in maniera direttamente proporzionale al suo crescere d’età: tuttavia per sentirsi libero di esplorare il bambino deve prima sentirsi sicuro (la base sicura).

Tradotto in pratica: genitori iperprotettivi e molto ansiosi non fanno abbastanza da base sicura al proprio bambino, che si sentirà poi insicuro anche nell’esplorare l’ambiente e nella crescita – e tutto ciò andrà ovviamente a scapito della sua autostima. Allo stesso modo, genitori che lasciano trascorrere al bambino molto tempo per conto suo perchè “tanto sta buono” o che sono poco calorosi emotivamente quando lui è triste e spaventato non fanno da base sicura perchè sono troppo poco presenti – probabilmente il bambino imparerà a contare solo su se stesso e rischierà di diventare un adulto solitario e diffidente.

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E’ necessario che i genitori imparino, attraverso la pratica, a oscillare in modo armonioso tra l’offrire sostegno e il lasciare libertà. Questo implica che loro stessi, a livello interiore, si sostengano nei momenti in cui fare i genitori è difficile e si lascino liberi di sperimentare nuove scelte educative – e anche di sbagliare, visto che a quanto ne sappiamo sul genere umano di genitori perfetti non ne esistono.