Depressione

La depressione: il male oscuro svelato

Fino a qualche decina d’anni fa la depressione era definita ‘il male oscuro’: oscuro come la sofferenza provocata e come la ricerca di una causa e di una cura. Oggi questa malattia non è più oscura, fortunatamente: ci sono molti psicofarmaci e molti modelli di psicoterapia che si sono dimostrati efficaci nel trattamento di persone depresse. Allo stesso tempo sembra che, nella nostra società, aumentino sempre di più le persone che sperimentano la depressione: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2020 la depressione sarà al secondo posto tra le malattie che causano invalidità, dietro soltanto al gruppo delle patologie cardiovascolari!

Cerchiamo quindi di comprenderla. Solitamente quando parliamo di depressione ci riferiamo a quella malattia che il DSM 5, definisce come “Disturbo depressivo maggiore”. La persona depressa sperimenta la maggioranza di questi sintomi: umore depresso, perdita di piacere per tutte le attività, marcati aumento o riduzione di peso, sonno, attività psicomotoria, estremo senso di colpa, ricorrenti pensieri di suicidio (può trattarsi di fantasie o di pianificazioni vere e proprie). Questo scenario interiore, come potete immaginare, ostacola la vita quotidiana della persona e si ripercuote sulle relazioni familiari, sul lavoro (o studio), sulle amicizie: una persona depressa non riesce a portare avanti la vita che conduceva prima di ammalarsi di depressione.

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Qual è la causa della depressione? In psicologia non abbiamo mai una risposta del tipo “la causa è X” – a Freud piaceva dare questo tipo di risposte ma è stato leggermente superato… – e riteniamo che ci siano sempre dei fattori combinati insieme che, come i sentieri di una montagna, portano alla vetta della malattia. In pratica ci sono dei fattori di vulnerabilità e quando una persona ne sperimenta diversi molto probabilmente sviluppa la patologia. Nel caso della depressione, ci sono fattori biologici (patrimonio genetico, neurotrasmettitori), fattori psicologici (pensiero dicotomico del tipo tutto/niente, convinzioni pessimistiche su se stessi, il mondo/gli altri, il futuro) e fattori familiari e sociali. A proposito di fattori familiari e sociali, gli studi ci dicono che è a maggior rischio di depressione chi in età infantile ha vissuto la morte di un genitore, chi ha avuto genitori attenti ai bisogni materiali ma non a quelli emotivi e chi ha avuto un genitore fisicamente o psicologicamente malato. Se il genitore in questione era depresso, vi sono sia una probabile vulnerabilità ereditaria alla depressione (fattore biologico) che un modello in famiglia di persona depressa (fattore familiare).

Poichè la depressione è una combinazione di molti fattori, anche la sua terapia dev’essere un arco che contenga al suo interno diverse frecce.

In molti casi i farmaci antidepressivi sono necessari per riequilibrare lo squilibrio chimico che si è creato nel cervello della persona depressa: ci sono ancora persone restie ad assumere psicofarmaci ed è bene che sappiano che “ormai i nuovi antidepressivi sono affidabili, sicuri e tollerabili” (La Rosa, Onofri, “La depressione”, 2017). Solitamente sono necessarie 2-3 settimane prima di sperimentarne gli effetti positivi, quindi non c’è da allarmarsi se nei primi giorni non si avverte un miglioramento.

I farmaci vanno ad agire sui sintomi ma per agire sulle cause – e quindi per superare in modo duraturo la depressione – è necessaria la psicoterapia.

Su quali punti lavora il terapeuta con il paziente depresso? Innanzitutto è molto utile fare un po’ di psicoeducazione, ossia spiegare al paziente cos’è la depressione. Infatti “la possibilità di attribuire alla malattia molti dei sintomi e non a ipotetiche personali mancanze è già un atto terapeutico” (La Rosa, Onofri, 2017).

A questo punto il terapeuta aiuta il paziente a collegare la condizione depressiva ad un evento scatenante: può trattarsi di un lutto, di una separazione, di un mutamento nella situazione lavorativa.

Successivamente il terapeuta guida il paziente nell’esplorare e nel ricostruire la propria storia familiare: un occhio di riguardo viene prestato a lutti e separazioni avvenuti in età infantile in quanto sono eventi di perdita e la depressione, come abbiamo visto, è essenzialmente un vissuto di perdita. Un’attenzione particolare la merita il legame di attaccamento che il paziente ha sviluppato da bambino con la madre o con chi ne ha ricoperto il ruolo: spesso i pazienti depressi hanno fatto esperienza di una madre che non era in contatto emotivo con loro, che non era affettivamente disponibile e hanno quindi imparato che dovevano farcela da soli.

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La relazione terapeutica è fondamentale in ogni trattamento psicologico ma con il paziente depresso lo è persino di più; la persona depressa infatti è in una condizione di vulnerabilità, condizione in cui si attiverà inconsciamente il sistema di attaccamento con il terapeuta allo scopo di ottenere conforto e protezione. Se il terapeuta risponde in modo empatico e accogliente, il paziente farà un’esperienza psicologica nuova (un ‘genitore’ che si sintonizza con i suoi vissuti emotivi) e potrà cominciare a interiorizzare una figura genitoriale nutriente e protettiva.

Un ultimo elemento su cui è necessario agire è lo stile di vita. Fare attività fisica regolarmente e immergersi nelle relazioni sociali sono dimensioni che devono sempre accompagnare la psicoterapia e la terapia farmacologica. E’ attraverso questo arco munito di differenti frecce che è possibile sconfiggere, oggi, la depressione.

Depressione

Christmas blues: la malinconia sotto l’albero di Natale

Avete mai sentito parlare di Christmas blues? Può darsi che non abbiate familiarità con questa espressione inglese, neanche io la conoscevo fino a pochi anni fa: si tratta della “malinconia natalizia”. Molti la traducono con “depressione natalizia” ma trovo l’espressione fuorviante in quanto la depressione è una patologia mentre il Christmas blues non lo è. Chiamiamola dunque malinconia natalizia: con essa si intende il senso di tristezza che alcune persone avvertono con l’avvicinarsi del Natale e delle feste vicine (capodanno, Epifania). Oltre ad una caduta dell’umore, chi soffre di Christmas blues sperimenta anche alcuni tra questi effetti: ansia, crisi di pianto, difficoltà nel dormire, aumento dell’appetito, desiderio di isolarsi.

A proposito di isolamento, chi si sente “blue” vive con estrema difficoltà l’aspetto sociale delle festività, ossia il sottoporsi ad una fitta scheda di incontri con familiari, diversi dei quali non si incontravano dal Natale precedente. Anche la diminuzione degli impegni lavorativi e scolastici può giocare a sfavore. Infatti con l’allentarsi del lavoro/studio la mente perde il ritmo quotidiano e tende a riempire il vuoto creatosi con le ruminazioni malinconiche, appesantendone l’effetto. Non aiuta neanche il periodo in cui cade il Natale nel nostro emisfero (boreale): d’inverno, quando le ore di luce sono al minimo annuale. Questo influisce sul nostro cervello: vi è meno serotonina in circolo, un neurotrasmettitore detto anche ‘ormone del buon umore’, e l’effetto è che…l’umore diventa meno buono.

Chi soffre di Christmas blues?

Ci sono persone che ne soffrono solo in alcune occasioni specifiche e ce ne sono altre che affrontano il Natale così da anni, decenni, a volte a quanto ricordano da tutta la vita.

Per chi ne soffre occasionalmente, c’è un evento scatenante come la malattia o la morte di una persona cara, il sopraggiungere di una difficoltà economica, la rottura di una relazione sentimentale: l’arrivo del Natale, occasione di festa, finisce con l’amplificare la tristezza già presente nella persona. Non bisogna allarmarsi in quanto si tratta di una fase temporanea, col passare del tempo o col mutare della situazione esterna la persona tornerà allo stato d’animo abituale.

Per chi ne soffre da anni o decenni, è probabile che ci sia sotto un ‘lutto difficile’, non elaborato, intendendo con lutto sia la morte reale di una persona che la morte simbolica di una relazione. A volte questa sensazione di lutto è presente fin da quando la persona è bambina: pensiamo a chi è rimasto precocemente orfano, a chi è stato abbandonato, a chi ha fatto esperienza di genitori trascuranti, tossicodipendenti, violenti, abusanti. In questi casi tutta l’area ‘famiglia’ viene vissuta come un grande lutto, cioè come la morte di quel bisogno di essere amato proprio di ogni bambino e di ogni essere umano. Possiamo intuire che rivolgersi ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta sarebbe fondamentale per sbloccare l’elaborazione del lutto e poter tornare a guardare davanti a sé.

Giunti a questo punto, immagino che chiunque si sarà chiesto: cosa si può fare per affrontare il Christmas blues? Se si tratta solo di malinconia natalizia e sotto non ci sono i problemi più complessi che abbiamo visto prima, la prima cosa è ricordarsi il proverbio: “il tempo è la miglior medicina”. Vi sentite tristi, vi sentite “blue”, ma sapete già che finirà insieme alle vacanze natalizie.

Nel frattempo, è importante che accettiate la parte di voi che soffre. Non rimproveratela, non costringetela a entusiasmi forzati o a sorrisi tirati. Parlateci dentro voi stessi, ascoltatela, capite quali sono i suoi bisogni e andatele incontro. Abbiamo detto che il maggior tempo a disposizione porta a rimuginare su aspetti malinconici ma potete anche sfruttare il tempo libero a vostro favore: perchè non vi dedicate ad un’attività che durante l’anno avete poco tempo di praticare? Potreste porvelo proprio come obiettivo delle vacanze di quest’anno. Infine, confidare ad almeno una persona amica fidata la vostra malinconia natalizia potrebbe farvi molto bene. Sarebbe un modo per dare spazio alla parte triste di cui parlavamo prima, e potreste scoprire che anche l’altra persona non sta vivendo un Natale da sogno. La malinconia natalizia è molto più diffusa di quanto immaginate e non siete soli nel sentirvi così, parola di psicologo.