Relazioni di coppia

Amore ed evoluzione: il cervello maschile e il cervello femminile

Siamo giunti all’ultima tappa del nostro viaggio attraverso “Il cervello in amore” (Attili, Il Mulino, 2017), un viaggio che ci ha fatto guardare all’amore come a un processo che intende far sopravvivere e proliferare il genere umano. Abbiamo visto finora i meccanismi psicologici che, nel fenomeno dell’amore, coinvolgono sia le donne che gli uomini, meccanismi comuni a tutti gli esseri umani. Ora andremo invece a vedere le differenze tra il cervello maschile e il cervello femminile nelle relazioni d’amore.

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Anche se alcuni autori hanno teorizzato che le differenze psicologiche tra uomo e donna fossero soltanto il prodotto della cultura e dei ruoli sociali appresi fin dalla tenera età, gli studi attuali mostrano che questo vale solo per alcuni atteggiamenti; gli altri invece “sono, in realtà, spesso riconducibili all’attivazione di aree cerebrali differenti o a un’intensità diversa nella loro accensione” (Attili, 2017).

Una prima e importante differenza è che gli uomini utilizzano prevalentemente l’emisfero sinistro del cervello ed hanno pochi collegamenti tra emisfero sinistro e destro; al contrario le donne utilizzano in modo più simile i due emisferi, che risultano essere molto collegati tra loro. Per capire il significato di questa affermazione, dobbiamo sapere quali sono le caratteristiche principali dei nostri due emisferi cerebrali. Se dovessimo usare un solo aggettivo, potremmo dire che l’emisfero sinistro è principalmente razionale, quello destro principalmente emotivo. Diciamo qualcosa in più: l’emisfero sinistro si occupa di linguaggio, logica, compiere azioni mentali in modo seriale (una dopo l’altra), memorie del passato, pianificare ed eseguire azioni; l’emisfero destro è responsabile della creatività, delle capacità artistiche e musicali, del compiere azioni mentali in parallelo (più azioni insieme), immaginazione del futuro.

Alla luce di tutto ciò, il cervello maschile e il cervello femminile sono due cervelli con un funzionamento differente. Questo potrebbe rendere conto di quelle incomprensioni quotidiane che avvengono nella comunicazione tra uomo e donna e di quella sensazione, a volte emergente, che “è come se stessi parlando con una persona di un altro pianeta”.

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Una differenza che tutti noi abbiamo certamente sperimentato è nel parlare e ascoltare. Di solito gli uomini vanno in modo diretto al cuore del problema di cui stanno parlando, e cercano di capire con altrettanta rapidità quale sia il punto portato avanti dal proprio interlocutore; tendono inoltre a ricordare il senso generale del discorso più che le singole espressioni. Le donne invece hanno uno stile più espressivo e fluente, in quanto sono più in contatto con le proprie emozioni, aprono maggiori parentesi e hanno un’ottima memoria delle singole espressioni e frasi utilizzate dall’interlocutore. Così è facile che l’uomo, dopo un po’ che la compagna parla, si stanchi di ascoltarla perchè non arriva al punto come invece farebbe lui, e potrà anche pensare che sia esagerata in quel che dice per via della forte espressività emotiva che dà alle parole. Dall’altra parte, è facile che la donna consideri il compagno troppo sintetico, come se avesse poca voglia di parlare con lei, e che si infastidisca per il fatto che dopo un po’ che lei parla lui mostra una perdita di attenzione – “tu non mi ascolti!” e lui: “Ma tu ci metti un’ora a dire una cosa per cui basterebbero due frasi”.
Inoltre attenzione alla memoria verbale. A volte la donna chiede al compagno di ripetere le parole che lei gli ha rivolto in un’altra circostanza, e quasi sempre lui non ne sarà capace: come detto prima, il suo cervello ricorda il senso generale delle parole, non le parole specifiche. Il rischio è che lei si senta non ascoltata e lo accusi di non prestare attenzione a ciò che dice, e che lui pensi di trovarsi non in una conversazione ma in un interrogatorio in cui ogni elemento può essere utilizzato contro di lui.

Altro possibile motivo di attrito: gli uomini fanno meglio le cose quando possono farle una alla volta, mentre le donne agiscono di solito in multitasking. Così l’uomo potrebbe pensare che la sua compagna si impegni in troppe cose per volta e sia inconcludente, mentre la donna potrebbe pensare che il suo compagno guadagnerebbe tempo se facesse più cose insieme come lei è in grado di fare. Ciascuno tende a giudicare in base alle sue capacità e non tenendo conto di quelle del partner; il rischio è di pretendere dal proprio partner maschile che agisca come se avesse un cervello femminile o dalla propria partner femminile di agire come se avesse un cervello maschile.

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Elenco brevemente altre differenze tra il cervello maschile e quello femminile.

Avendo come dominante l’emisfero sinistro, razionale, gli uomini tendono ad essere più equilibrati emotivamente e ad avere meno cambi dell’umore durante la giornata. La maggior produzione di testosterone li rende inoltre più aggressivi e competitivi delle donne, il che potrebbe spiegare anche perchè gli uomini tendano in tutte le società ad occupare i posti di maggior potere. Circa l’aggressività, oltre al retaggio degli uomini primordiali che si scontravano con gli animali selvaggi o degli uomini antichi che combattevano nelle guerre, va considerato anche che gli uomini sono più regolati dall’amigdala, la ghiandola del cervello strettamente connessa alla paura e dunque anche alla potenziale risposta aggressiva allo stimolo che fa paura.

Un’altra differenza universalmente accettata è che gli uomini pensino più spesso al sesso (anche se le donne ci pensano solitamente con maggiore intensità) e che lo ricerchino maggiormente rispetto alle donne; questo può essere spiegato dal fatto che, negli uomini, la parte del cervello che reagisce agli ormoni sessuali è sia più che doppia rispetto a quella delle donne.

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Depressione

La depressione: il male oscuro svelato

Fino a qualche decina d’anni fa la depressione era definita ‘il male oscuro’: oscuro come la sofferenza provocata e come la ricerca di una causa e di una cura. Oggi questa malattia non è più oscura, fortunatamente: ci sono molti psicofarmaci e molti modelli di psicoterapia che si sono dimostrati efficaci nel trattamento di persone depresse. Allo stesso tempo sembra che, nella nostra società, aumentino sempre di più le persone che sperimentano la depressione: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2020 la depressione sarà al secondo posto tra le malattie che causano invalidità, dietro soltanto al gruppo delle patologie cardiovascolari!

Cerchiamo quindi di comprenderla. Solitamente quando parliamo di depressione ci riferiamo a quella malattia che il DSM 5, definisce come “Disturbo depressivo maggiore”. La persona depressa sperimenta la maggioranza di questi sintomi: umore depresso, perdita di piacere per tutte le attività, marcati aumento o riduzione di peso, sonno, attività psicomotoria, estremo senso di colpa, ricorrenti pensieri di suicidio (può trattarsi di fantasie o di pianificazioni vere e proprie). Questo scenario interiore, come potete immaginare, ostacola la vita quotidiana della persona e si ripercuote sulle relazioni familiari, sul lavoro (o studio), sulle amicizie: una persona depressa non riesce a portare avanti la vita che conduceva prima di ammalarsi di depressione.

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Qual è la causa della depressione? In psicologia non abbiamo mai una risposta del tipo “la causa è X” – a Freud piaceva dare questo tipo di risposte ma è stato leggermente superato… – e riteniamo che ci siano sempre dei fattori combinati insieme che, come i sentieri di una montagna, portano alla vetta della malattia. In pratica ci sono dei fattori di vulnerabilità e quando una persona ne sperimenta diversi molto probabilmente sviluppa la patologia. Nel caso della depressione, ci sono fattori biologici (patrimonio genetico, neurotrasmettitori), fattori psicologici (pensiero dicotomico del tipo tutto/niente, convinzioni pessimistiche su se stessi, il mondo/gli altri, il futuro) e fattori familiari e sociali. A proposito di fattori familiari e sociali, gli studi ci dicono che è a maggior rischio di depressione chi in età infantile ha vissuto la morte di un genitore, chi ha avuto genitori attenti ai bisogni materiali ma non a quelli emotivi e chi ha avuto un genitore fisicamente o psicologicamente malato. Se il genitore in questione era depresso, vi sono sia una probabile vulnerabilità ereditaria alla depressione (fattore biologico) che un modello in famiglia di persona depressa (fattore familiare).

Poichè la depressione è una combinazione di molti fattori, anche la sua terapia dev’essere un arco che contenga al suo interno diverse frecce.

In molti casi i farmaci antidepressivi sono necessari per riequilibrare lo squilibrio chimico che si è creato nel cervello della persona depressa: ci sono ancora persone restie ad assumere psicofarmaci ed è bene che sappiano che “ormai i nuovi antidepressivi sono affidabili, sicuri e tollerabili” (La Rosa, Onofri, “La depressione”, 2017). Solitamente sono necessarie 2-3 settimane prima di sperimentarne gli effetti positivi, quindi non c’è da allarmarsi se nei primi giorni non si avverte un miglioramento.

I farmaci vanno ad agire sui sintomi ma per agire sulle cause – e quindi per superare in modo duraturo la depressione – è necessaria la psicoterapia.

Su quali punti lavora il terapeuta con il paziente depresso? Innanzitutto è molto utile fare un po’ di psicoeducazione, ossia spiegare al paziente cos’è la depressione. Infatti “la possibilità di attribuire alla malattia molti dei sintomi e non a ipotetiche personali mancanze è già un atto terapeutico” (La Rosa, Onofri, 2017).

A questo punto il terapeuta aiuta il paziente a collegare la condizione depressiva ad un evento scatenante: può trattarsi di un lutto, di una separazione, di un mutamento nella situazione lavorativa.

Successivamente il terapeuta guida il paziente nell’esplorare e nel ricostruire la propria storia familiare: un occhio di riguardo viene prestato a lutti e separazioni avvenuti in età infantile in quanto sono eventi di perdita e la depressione, come abbiamo visto, è essenzialmente un vissuto di perdita. Un’attenzione particolare la merita il legame di attaccamento che il paziente ha sviluppato da bambino con la madre o con chi ne ha ricoperto il ruolo: spesso i pazienti depressi hanno fatto esperienza di una madre che non era in contatto emotivo con loro, che non era affettivamente disponibile e hanno quindi imparato che dovevano farcela da soli.

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La relazione terapeutica è fondamentale in ogni trattamento psicologico ma con il paziente depresso lo è persino di più; la persona depressa infatti è in una condizione di vulnerabilità, condizione in cui si attiverà inconsciamente il sistema di attaccamento con il terapeuta allo scopo di ottenere conforto e protezione. Se il terapeuta risponde in modo empatico e accogliente, il paziente farà un’esperienza psicologica nuova (un ‘genitore’ che si sintonizza con i suoi vissuti emotivi) e potrà cominciare a interiorizzare una figura genitoriale nutriente e protettiva.

Un ultimo elemento su cui è necessario agire è lo stile di vita. Fare attività fisica regolarmente e immergersi nelle relazioni sociali sono dimensioni che devono sempre accompagnare la psicoterapia e la terapia farmacologica. E’ attraverso questo arco munito di differenti frecce che è possibile sconfiggere, oggi, la depressione.

Lutto

3 modi di sostenere chi vive un lutto

Ognuno di noi ad un certo punto si imbatte nella morte. Sia nella propria vita, perdendo una persona cara, sia nella vita di persone amiche: ad esempio un nostro amico che perde la moglie, una nostra amica che perde il fratello. D’ora in poi mi riferirò ad un ipotetico ‘amico’ in lutto per comodità

Immaginiamo che ti trovi ora di fronte all’amico in lutto: probabilmente quello che sperimenti è imbarazzo. Da una parte vorresti sostenerla, rincuorarla; dall’altra parte non sai come. Hai la sensazione che le parole siano di troppo, inutili, o addirittura che possano far danno. Del resto, pensi che se rimani in silenzio potresti sembrare assente e non saresti di alcun aiuto. Cosa fare?

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Poichè la situazione è complessa, voglio proporti tre modi per mostrarti vicino al tuo amico in lutto.

Il primo modo è…sostenere te stesso. Può sembrarti paradossale visto che stiamo parlando di aiutare l’altra persona. Ti sembrerà meno strano se pensi che, per poter essere una base sicura per il tuo amico, devi in primo luogo essere saldo tu. Per dare contenimento al suo dolore devi saper tollerare la tua frustrazione. E per riuscire in questo, puoi pensare che la morte è la realtà più difficile da accettare nella vita (d’altra parte è esattamente l’opposto della vita), dunque è normale che ci voglia del tempo prima che il tuo amico si riprenda. Per cui non avere aspettative elevate. Non pretendere di togliergli il dolore o di dargli speranza se sta vivendo un momento di fisiologica disperazione – pensa che è solo una fase, naturale, del processo di elaborazione del lutto. Pensa anche che il tuo amico in questo momento non ha particolari pretese da te, è il primo a sapere che nessuno può dargli un pieno sollievo. La cosa sufficiente è che tu sia lì, fisicamente presente (o presente nella conversazione se state comunicando a distanza). Anche i momenti di lungo silenzio vanno bene, anche in quelli c’è ascolto, ascolto del silenzio.

Il secondo modo è lasciargli esprimere il suo dolore. Il tuo amico prova dentro un’angoscia indescrivibile a parole. Può sentirsi disperato. O può non sentire più nulla, come se i suoi sentimenti si fossero anestetizzati (e anche questo è molto doloroso). Può sentirsi arrabbiato verso la persona deceduta perchè l’ha abbandonato; può sentirsi in colpa per non avergli dimostrato abbastanza affetto o perchè si incolpa irrazionalmente della sua morte. Insomma, può sperimentare sentimenti molto forti, che spaventano le altre persone, e che possono essere anche contraddittori tra loro (ad esempio la tristezza per l’assenza e la rabbia per essere ‘abbandonato’). E’ possibile che nel suo cerchio familiare non si dia il permesso di mostrare tutto il suo dolore, magari sente di dover essere forte per sostenere gli altri parenti. E’ possibile che si senta dire da molte persone amiche che non deve disperarsi così, che passerà, che deve cercare di distrarsi – tutte espressioni che partono da un’intenzione positiva ma finiscono solo col far sentire l’amico rifiutato e non accettato in quello che sente. Per cui lascia che il vostro amico vi esprima i suoi struggimenti e le sue ansie, e non correggetelo. Gli sarà utile per liberarsi di parte della sua sofferenza e per rimettere un minimo ordine nella sua mente.

Il terzo modo è condividere le tue esperienze di lutto. Questa terza modalità è più impegnativa, di conseguenza ti consiglio di metterla in atto solo se ne sei convinto e se hai già elaborato il tuo lutto. Condividere le tue esperienze gli permetterà di sentirsi in connessione con lui, e proprio in un momento in cui lui è così triste da poter sperimentare solo con fatica la vicinanza di altre persone. Inoltre, mentre frasi incoraggianti possono sempre incorrere nella sua risposta: “non ci credo, non è vero”, qui tu lo metti di fronte ad un fatto concreto e lui tenderà a prenderlo più seriamente.

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Il lutto si può superare. Nella maggior parte dei casi si supera naturalmente, e se questo non avviene entro un certo tempo si può ricorrere al supporto di uno psicologo. Dunque abbi fiducia anche per il tuo amico: la morte è irreversibile, ma il lutto no, il lutto ha una fine.

Lutto

Il lutto complicato: quando il passato non passa

In un precedente articolo abbiamo visto le cinque fasi attraverso cui tutti noi esseri umani elaboriamo il lutto di una persona affettivamente importante. Il processo di solito si svolge naturalmente, con alcune fisiologiche difficoltà e ricadute, fino a giungere alla fase finale di accettazione che implica la risoluzione del processo stesso. Tutto ciò avviene entro un anno dalla morte della persona cara.

In alcuni casi però trascorre più di un anno, magari passano anni…ma non il lutto. Il lutto non passa. La persona continua ad avere un vissuto di depressione e di perdita e questo limita il suo ‘funzionamento’ nella vita quotidiana, ad esempio ha un crollo nel rendimento a scuola o sul lavoro o dirada le uscite e le relazioni con gli amici o perde interesse e impegno nelle relazioni sentimentali.

C’è una definizione per questa condizione di sofferenza psicologica ed è “Disturbo da lutto persistente e complicato”. Quando il lutto è complicato, trascorso un anno da esso si sperimentano ancora sintomi quali l’incapacità di accettare la morte della persona cara, senso di colpa per la sua morte, evitamento degli stimoli (luoghi, persone) che possono richiamare la perdita, sensazione di essere soli e di non farcela senza la persona deceduta, difficoltà a pianificare il futuro sia a livello di relazioni che di attività. Nei casi più estremi, può esserci anche il desiderio di morire per ritrovare la persona perduta.

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Di fronte a un lutto complicato, è consigliabile rivolgersi ad uno psicologo che aiuti a sbloccare e a vivere pienamente l’elaborazione del lutto, così da potersi sentire di nuovo nel quieora e ritornare ai propri progetti di vita.

Cosa può fare lo psicologo per far elaborare il lutto complicato? Lo psicologo ha il compito di favorire alcuni processi nella persona sofferente. Il primo processo è riconoscere la perdita. La morte di una persona cara è sempre uno shock e si accompagna sempre ad un senso di irrealtà; attraverso il suo ascolto empatico, lo psicologo fa parlare il paziente della perdita, gli fa esprimere le emozioni legate ad essa, e in questo modo lo guida a prendere atto sia razionalmente che ‘di pancia’ del fatto che la persona cara è morta e che la condizione di morte è irreversibile. E’ fondamentale che il paziente si dia il permesso di esprimere ciò che sente, spesso il lutto rimane proprio perchè alcune emozioni non sono state adeguatamente comprese e comunicate. Il permesso di sentire vale soprattutto per quelle emozioni apparentemente ‘cattive’, come la rabbia verso la persona defunta perchè “mi ha abbandonato”, o dolorose quale il senso di colpa: “avrei potuto salvarti” (anche se non era possibile) e “non ti ho comunicato abbastanza quanto ti volevo bene”. Oltre al sostegno dello psicologo, è importante che il paziente sappia individuare nella sua rete sociale delle persone che possano essergli vicine in questa fase particolarmente delicata del suo attraversamento del lutto e che faccia affidamento anche su di loro negli inevitabili momenti di sconforto.

Quando il paziente giunge ad un buon livello di accettazione ed espressione delle emozioni legate al lutto, è pronto per essere accompagnato dallo psicologo nel processo successivo: ricollocare psicologicamente la persona defunta. Un paziente ricolloca psicologicamente la persona perduta quando prende consapevolezza che, attraverso i ricordi e l’affetto, continua ad avere un legame che la unisce a lei: anche se è fisicamente deceduta, psicologicamente continua ad essere presente in una nuova forma – in una nuova collocazione appunto. Quando il paziente raggiunge questa fase, riferisce spesso di percepire la presenza della persona cara in un modo che gli dà pace. Ovviamente ne sente ancora la mancanza ma accanto ad essa vi è un senso di pace e di tenero affetto.

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A questo punto il paziente è pronto per completare l’ultimo passo, che probabilmente si è già messo in moto nella fase precedente: reinvestire affettivamente il presente, riprogettare il futuro. Il che significa anche ritrovare un significato nella propria esistenza. Ora che lo spazio emotivo non è più sequestrato dal lutto, il paziente può individuare le relazioni e le attività lavorative e di piacere in cui incanalare i suoi affetti, la sua attenzione, le sue energie. E può tornare a fare progetti sul proprio futuro, sia sul piano delle relazioni (ad esempio sposarsi o risposarsi, intraprendere una nuova relazione, avere dei figli) che su quello delle attività (per esempio espandere la propria attività lavorativa, dedicarsi ad un nuovo hobby o a un nuovo sport).

In conclusione di questo articolo, desidero dire che mi sento vicino a chiunque abbia un lutto o dei lutti nella propria vita e nel proprio cuore. Capisco l’angoscia di chi vive questa condizione, la morte è un’esperienza terribile: tra le esperienze umane è l’unica ad essere irreversibile, irreparabile. Per questo desidero dirvi, con fermezza e con la massima delicatezza di cui sono capace: se sentite che questo articolo parla di voi e di quello che sentite, rivolgetevi ad uno psicologo. Non rendetevi soli. Nessuno deve vivere con la morte nel cuore.

Relazioni di coppia

Un incontro (im)possibile: emozioni o informazioni?

Negli ultimi due articoli sulle relazioni di coppia, abbiamo visto la paura principale dell’uomo (paura di dare) e la paura principale della donna (paura di ricevere).

Ora affronteremo il tema della comunicazione: sarà molto interessante perché ha molti risvolti concreti. Uomini e donne, secondo John Gray, parlano lingue diverse. Pensaci se sei una donna, quante volte ti è capitato di pensare qualcosa del tipo “E’ impossibile capire gli uomini! Non ti dicono mai quello che sentono”? E sei un uomo “E’ impossibile capire le donne! Non si capisce mai cosa vogliono”? E’ un’esperienza molto comune. E’ vero che i malintesi nella comunicazione possono avvenire con qualsiasi persona, anche del tuo stesso sesso. E’ altrettanto vero che le incomprensioni nelle relazioni di coppia sono più frequenti, in un certo senso più sistematiche.

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Cerchiamo allora di capire meglio la natura di queste incomprensioni. Usiamo un esempio. Abbiamo il nostro lui e la nostra lei. Lei: “Non usciamo mai”. Lui: “Non è vero, siamo usciti la settimana scorsa”. Lei: “Ecco, lo sapevo che con te è inutile parlare!”. Lui: “Ma cos’ho detto di sbagliato?”. Cosa succede in questo caso? La nostra lei fa un’affermazione forte, come tutte le affermazioni che comprendono il sempre o il mai. Il nostro lui si attacca proprio a quel mai e le fa notare che ad esempio sono usciti la settimana scorsa, quindi non è vero che non escono mai. A quel punto, lei si arrabbia e lui si sente incompreso. Dove avviene il fraintendimento? Nel fatto che la nostra lei comunica in modo che potremmo dire evocativo, in modo cioè da suscitare emozioni, mentre il nostro lui in modo letterale, ossia comunica fatti, informazioni. A livello di fatti, è effettivamente falso che non escano mai. Ma la nostra lei non voleva essere presa alla lettera: voleva veicolare un significato emotivo, del tipo “sono triste che non usciamo più come prima” o “sarei felice di vivere più momenti speciali con te”. Se si esprimesse in questo modo esplicito, il nostro lui probabilmente la capirebbe fin dall’inizio; e, se tiene a lei, potrebbe cominciare a cercare una soluzione (ricordiamoci che di fronte a un problema gli uomini sono focalizzati alla soluzione). Immaginiamo che la nostra lei non abbia voglia di fissare la prossima uscita al ristorante ma che voglia invece capire perché stanno uscendo di meno e se questo significa qualcosa anche circa il proprio rapporto: in questo caso può chiedere apertamente “vorrei parlare del fatto che ultimamente usciamo di meno”. E’ molto importante che le richieste siano comunicate in modo esplicito, senza cadere nell’illusione che l’altro possa leggerle nella nostra mente, e che siano formulate in modo concreto, preciso, così che l’altra persona sappia esattamente cosa fare se acconsente alla nostra richiesta.

Mettendoci nei panni del nostro lui, di fronte a una frase di apertura “Non usciamo mai” potrebbe mettere insieme informazioni ed emozioni con una risposta del tipo: “Come mai dici questo? Ricordo che la settimana scorsa siamo usciti” o rispondere semplicemente “Come mai dici questo?”. Avrà una certa difficoltà a gestire quella parte della mente che gli dice “ma non è vero che non uscite mai!”; tuttavia se tollera questa frustrazione iniziale poi la comunicazione si farà più chiara e potrà capire cosa la sua compagna intendesse realmente con quella affermazione. Spesso è una richiesta di ritornare a un po’ del romanticismo e della creatività del primo periodo di innamoramento, e questo può essere un bene sia per lei che per lui. Un amore creativo si ricrea, un amore non creativo muore.

Il principio da tenere a mente è: le donne comunicano in modo principalmente emotivo, gli uomini in modo informativo. Per gli uomini il suggerimento è di non prendere alla lettera quello che dice la propria compagna ma attraverso le domande capire quali sono le emozioni e le motivazioni profonde dietro quello che dice – richiede pazienza ma poi ci sarà la soddisfazione di riuscire a capirla. Per le donne il suggerimento è di dire le cose in modo più preciso, esplicitare le proprie emozioni e le proprie richieste, in modo che il compagno non debba intuirle tra le righe.

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Amarsi è soprattutto parlare. Lo scrittore premio Nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez consiglia di sposare una persona con cui ci piaccia parlare perché la bellezza fisica appassisce mentre il piacere nel parlare resta per tutta la vita. Fare attenzione a come parlate con il vostro partner potrebbe essere la cosa più importante della vostra vita!

Psicologi famosi

Video: Uscire dalle trappole della mente (Giorgio Nardone)

Anche oggi vi lascio in compagnia di Giorgio Nardone, che avete imparato a conoscere ieri.

Secondo Nardone i nostri problemi psicologici sono trappole generate dalla nostra stessa mente, ovviamente senza che ne fossimo consapevoli. Se io ad esempio sperimento forte ansietà ogni volta che vado ad una festa, il problema non è genericamente il mio rapporto con le situazioni sociali: il problema sta nelle soluzioni con cui ho tentato di superare la mia ansia senza riuscirci, e che mi hanno invece portato solo a  rendere l’ansia cronica o addirittura a mutarla in panico. Questo è il concetto di tentata soluzione, sopra cui la scuola di Palto Alto prima e la scuola di TBS (Terapia Breve Strategica) di Arezzo poi hanno costruito la loro teoria e la loro terapia dei disturbi psicologici.

Se  volete un mio parere sincero, voler spiegare ogni disturbo psicologico con una sola teoria è un’utopia. Un’impresa umanamente impossibile. Allo stesso tempo è un’attitudine tipica dei fondatori di una nuova teoria, e credo che possiamo comprenderla se ci immedesimiamo in loro. In ogni caso, questa terapia è molto efficace per diversi disturbi, soprattutto per i disturbi ossessivi e i disturbi d’ansia. Sono fiducioso che saprete trarre da questo video qualcosa di utile per voi.