Relazioni di coppia

Amore ed evoluzione: il cervello maschile e il cervello femminile

Siamo giunti all’ultima tappa del nostro viaggio attraverso “Il cervello in amore” (Attili, Il Mulino, 2017), un viaggio che ci ha fatto guardare all’amore come a un processo che intende far sopravvivere e proliferare il genere umano. Abbiamo visto finora i meccanismi psicologici che, nel fenomeno dell’amore, coinvolgono sia le donne che gli uomini, meccanismi comuni a tutti gli esseri umani. Ora andremo invece a vedere le differenze tra il cervello maschile e il cervello femminile nelle relazioni d’amore.

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Anche se alcuni autori hanno teorizzato che le differenze psicologiche tra uomo e donna fossero soltanto il prodotto della cultura e dei ruoli sociali appresi fin dalla tenera età, gli studi attuali mostrano che questo vale solo per alcuni atteggiamenti; gli altri invece “sono, in realtà, spesso riconducibili all’attivazione di aree cerebrali differenti o a un’intensità diversa nella loro accensione” (Attili, 2017).

Una prima e importante differenza è che gli uomini utilizzano prevalentemente l’emisfero sinistro del cervello ed hanno pochi collegamenti tra emisfero sinistro e destro; al contrario le donne utilizzano in modo più simile i due emisferi, che risultano essere molto collegati tra loro. Per capire il significato di questa affermazione, dobbiamo sapere quali sono le caratteristiche principali dei nostri due emisferi cerebrali. Se dovessimo usare un solo aggettivo, potremmo dire che l’emisfero sinistro è principalmente razionale, quello destro principalmente emotivo. Diciamo qualcosa in più: l’emisfero sinistro si occupa di linguaggio, logica, compiere azioni mentali in modo seriale (una dopo l’altra), memorie del passato, pianificare ed eseguire azioni; l’emisfero destro è responsabile della creatività, delle capacità artistiche e musicali, del compiere azioni mentali in parallelo (più azioni insieme), immaginazione del futuro.

Alla luce di tutto ciò, il cervello maschile e il cervello femminile sono due cervelli con un funzionamento differente. Questo potrebbe rendere conto di quelle incomprensioni quotidiane che avvengono nella comunicazione tra uomo e donna e di quella sensazione, a volte emergente, che “è come se stessi parlando con una persona di un altro pianeta”.

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Una differenza che tutti noi abbiamo certamente sperimentato è nel parlare e ascoltare. Di solito gli uomini vanno in modo diretto al cuore del problema di cui stanno parlando, e cercano di capire con altrettanta rapidità quale sia il punto portato avanti dal proprio interlocutore; tendono inoltre a ricordare il senso generale del discorso più che le singole espressioni. Le donne invece hanno uno stile più espressivo e fluente, in quanto sono più in contatto con le proprie emozioni, aprono maggiori parentesi e hanno un’ottima memoria delle singole espressioni e frasi utilizzate dall’interlocutore. Così è facile che l’uomo, dopo un po’ che la compagna parla, si stanchi di ascoltarla perchè non arriva al punto come invece farebbe lui, e potrà anche pensare che sia esagerata in quel che dice per via della forte espressività emotiva che dà alle parole. Dall’altra parte, è facile che la donna consideri il compagno troppo sintetico, come se avesse poca voglia di parlare con lei, e che si infastidisca per il fatto che dopo un po’ che lei parla lui mostra una perdita di attenzione – “tu non mi ascolti!” e lui: “Ma tu ci metti un’ora a dire una cosa per cui basterebbero due frasi”.
Inoltre attenzione alla memoria verbale. A volte la donna chiede al compagno di ripetere le parole che lei gli ha rivolto in un’altra circostanza, e quasi sempre lui non ne sarà capace: come detto prima, il suo cervello ricorda il senso generale delle parole, non le parole specifiche. Il rischio è che lei si senta non ascoltata e lo accusi di non prestare attenzione a ciò che dice, e che lui pensi di trovarsi non in una conversazione ma in un interrogatorio in cui ogni elemento può essere utilizzato contro di lui.

Altro possibile motivo di attrito: gli uomini fanno meglio le cose quando possono farle una alla volta, mentre le donne agiscono di solito in multitasking. Così l’uomo potrebbe pensare che la sua compagna si impegni in troppe cose per volta e sia inconcludente, mentre la donna potrebbe pensare che il suo compagno guadagnerebbe tempo se facesse più cose insieme come lei è in grado di fare. Ciascuno tende a giudicare in base alle sue capacità e non tenendo conto di quelle del partner; il rischio è di pretendere dal proprio partner maschile che agisca come se avesse un cervello femminile o dalla propria partner femminile di agire come se avesse un cervello maschile.

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Elenco brevemente altre differenze tra il cervello maschile e quello femminile.

Avendo come dominante l’emisfero sinistro, razionale, gli uomini tendono ad essere più equilibrati emotivamente e ad avere meno cambi dell’umore durante la giornata. La maggior produzione di testosterone li rende inoltre più aggressivi e competitivi delle donne, il che potrebbe spiegare anche perchè gli uomini tendano in tutte le società ad occupare i posti di maggior potere. Circa l’aggressività, oltre al retaggio degli uomini primordiali che si scontravano con gli animali selvaggi o degli uomini antichi che combattevano nelle guerre, va considerato anche che gli uomini sono più regolati dall’amigdala, la ghiandola del cervello strettamente connessa alla paura e dunque anche alla potenziale risposta aggressiva allo stimolo che fa paura.

Un’altra differenza universalmente accettata è che gli uomini pensino più spesso al sesso (anche se le donne ci pensano solitamente con maggiore intensità) e che lo ricerchino maggiormente rispetto alle donne; questo può essere spiegato dal fatto che, negli uomini, la parte del cervello che reagisce agli ormoni sessuali è sia più che doppia rispetto a quella delle donne.

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Amore ed evoluzione: stili di attaccamento, stili di amore

Nell’articolo di oggi vedremo i vari stili di attaccamento e il modo in cui a ogni tipo di attaccamento corrisponde probabilmente un diverso modo di amare in età adulta. Uso la parola ‘probabilmente’ in quanto gli esseri umani sono comunque liberi e hanno in se stessi la capacità di decidere, piuttosto che di essere decisi dalla natura.

Con attaccamento intendiamo quel legame che si sviluppa tra la madre (o la figura che ne svolge il ruolo) e il bambino; il punto centrale di questa relazione è che il bambino, quando sperimenta paura o sofferenza, ricerca specificamente la figura della madre. Gli studiosi hanno individuato 4 tipi di attaccamento: sicuro, insicuro-evitante, insicuro-ambivalente e disorganizzato. Noi ci concentreremo sui primi tre in quanto sono i più diffusi.

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L’attaccamento sicuro si forma quando la madre risponde al bambino spaventato offrendogli conforto, contatto fisico, vicinanza emotiva. Il bambino cresce nella sicurezza che la madre comprenderà le sue necessità emotive (attenzione, qui non stiamo parlando delle semplici necessità fisiche, che si suppone siano soddisfatte da quasi ogni madre). Il bambino sviluppa un’immagine di sè positiva (“io merito di essere amato e di ricevere attenzioni”) e un’immagine positiva anche dell’altro (“l’altro è sensibile verso i miei bisogni, mi posso fidare”). Quando diventa adulto e vive una relazione d’amore, è probabile che nei momenti di difficoltà chieda sostegno e si abbandoni al partner con fiducia; così come è probabile si renda a sua volta disponibile nei momenti di difficoltà emotiva del partner. Questo non significa che non sperimenti dei fallimenti nelle relazioni sentimentali o che troverà sicuramente ‘l’amore della sua vita’; significa che vive le relazioni sentimentali con una sicurezza di sottofondo. Secondo gli studi circa il 43% degli italiani ha sperimentato nell’infanzia un attaccamento sicuro.

Abbiamo poi l’attaccamento insicuro-evitante. Nei momenti di difficoltà emotiva il bambino fa esperienza di una madre che offre poco contatto fisico, che si lascia andare poco alle emozioni e a dimostrazioni affettuose: tende in una parola ad ‘evitare’ la vicinanza psicologica. Questo non significa che sia una madre cattiva o negligente. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne che tentano di fare le madri al meglio delle proprie possibilità; tuttavia non si sentono a loro agio con la propria parte emotiva e con le espressioni fisiche di affetto, e al bambino questo messaggio arriva. Come risponde il bambino? Con la sua spiccata sensibilità infantile, intuisce che la madre si sente a disagio quando lui le richiede supporto e comincia così a reprimere in se stesso i bisogni emotivi. Nelle difficoltà tenta di farcela da solo. Potrebbe diventare il classico bambino modello, additato come esempio dalle maestre e dai genitori perchè non causa mai un problema: in realtà sarebbe un bambino adultizzato, cresciuto troppo in fretta a spese delle sue emozioni.

Quando diventa veramente adulto, è probabile che a livello inconscio abbia paura di essere rifiutato se esprime le sue emozioni e le sue necessità. Tende così a essere particolarmente autonomo anche nella sua relazione sentimentale, a evitare di dire quando si sente turbato o quando è infastidito da un atteggiamento del partner; allo stesso modo potrebbe entrare in difficoltà quando il partner vive un momento di sofferenza e si attende la sua vicinanza emotiva (come la madre evitava la sua sofferenza, così lui tende a evitare la sofferenza del partner). Facilmente può incorrere nelle accuse di essere troppo freddo, concentrato su se stesso, chiuso; accuse che lo rinforzano nel suo timore di essere rifiutato dagli altri e nella sua decisione di evitare. Secondo gli studi circa il 40% degli italiani ha vissuto un attaccamento insicuro-evitante.

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Abbiamo poi l’attaccamento insicuro-ambivalente, l’ultimo tra quelli che analizzeremo. L’ambivalenza è data dal fatto che, quando il bambino si mostra spaventato o turbato da qualcosa, a volte la madre reagisce con tempestività e con cura emotiva, altre volte invece reagisce con distacco o si mostra proprio indifferente e quindi non reagisce affatto. Il bambino cresce quindi senza poter prevedere quale sarà la reazione della madre ai suoi momenti di difficoltà. Di nuovo, non bisogna pensare che queste madri siano persone orribili: può darsi ad esempio che abbiano energie ridotte perchè vivono una relazione coniugale molto conflittuale, oppure che abbiano un disagio psicologico importante per cui il loro umore oscilla fortemente e in base a queste oscillazioni cambi radicalmente il loro comportamento verso il bambino.

Quando il bambino con attaccamento insicuro-ambivalente diventa adulto, è probabile che non si veda come una persona che ha valore e che abbia una grande paura di essere abbandonato dal proprio partner; in fondo la madre faceva proprio così con lui quando diveniva improvvisamente distaccata o assente. Per scongiurare il temuto abbandono, tende a farsi eccessivamente carico della relazione e può mostrare comportamenti che indicano dipendenza affettiva. Prova inoltre in modalità molto intense i vissuti dell’ansia e della gelosia. Secondo gli studi circa il 14% degli italiani ha avuto un attaccamento insicuro-ambivalente.

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Amore ed evoluzione: quando l’amore finisce

“Chi ha subito la perdita di una persona amata può essere confortato solo dal suo ritorno”. Questo scriveva lo psicoterapeuta John Bowlby nella sua monumentale opera ‘Attaccamento e perdita’ e di questo quasi tutti noi abbiamo fatto esperienza. Chi sperimenta la fine di una lunga relazione sentimentale sembra inconsolabile in quanto nulla può sostituire la persona perduta.

La rottura di un rapporto d’amore stabile psicologicamente è molto simile al lutto: la persona sembra passare attraverso le stesse fasi – secondo Bowlby confusione, protesta, disperazione e distacco – riscontrabili nell’elaborazione di un lutto.

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Guardiamole più da vicino. La prima fase è l’obnubilamento o confusione e la si sperimenta nei giorni (a volte nelle settimane) immediatamente successivi alla rottura della relazione. E’ come se la persona non si rendesse conto di quello che è successo: a volte nel linguaggio comune definiamo questa situazione come ‘sono sotto shock’. La si può intendere come una reazione adattiva della mente, poichè se ci rendessimo immediatamente conto della perdita il dolore sarebbe superiore alle nostre forze.

Terminato questo senso di ottundimento, subentra la fase della protesta. Le emozioni si risvegliano e divengono molto intense ma allo stesso tempo caotiche e contraddittorie: ci si sente agitati, estremamente arrabbiati verso il partner, a volte in colpa anche verso se stessi (‘se mi fossi comportato diversamente non l’avrei perso/persa’), e allo stesso tempo si sperimenta una struggente mancanza dell’ormai ex partner. Secondo gli psicologi evoluzionisti, gli esseri umani hanno appreso queste reazioni come una modalità per riattirare vicino a sè la figura di attaccamento (comportamento comune anche alle specie animali che vivono relazioni di attaccamento). Tuttavia, a differenza del regno animale, nel mondo umano si sperimentano relazioni libere e, di conseguenza, è possibile che l’altra persona non torni indietro in quanto ha deciso di rompere in modo definitivo. Dal momento che il partner era vissuto come figura di attaccamento, ossia come la persona a cui rivolgersi per ricevere protezione, ora ci si sente massimamente vulnerabili e – inconsciamente – a rischio di morte, come bambini privati della madre in un mondo ricco di pericoli (esperienze primordiali della nostra specie umana). La fase di protesta dura generalmente intorno ai sei mesi ma ci sono persone per cui essa può superare anche i dodici mesi e costituire una sorta di lutto traumatico (anche se in questo caso parliamo di rottura sentimentale e non di perdita per lutto): in questi casi l’aiuto di uno psicologo viene caldamente suggerito, la persona abbandonata a se stessa rischia di rimanere a tempo indeterminato in queste sabbie mobili emotive.

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Superate le reazioni di protesta, è divenuto ormai chiaro che la separazione dal partner è definitiva ed emerge la rassegnazione. Questa fase può essere la più dolorosa in quanto è quella in cui si prende piena coscienza della perdita e per questa ragione è detta fase della disperazione. Il vissuto della persona è di carattere depressivo, un vissuto di perdita: le attività lavorative e quotidiane vengono svolte senza piacere (anedonia), le forze psicofisiche sono ad un livello basso e allo stare con gli altri si preferisce la solitudine. Anche in questo caso si tratta di reazioni con un significato evoluzionista: è “come se il vostro organismo si mettesse in condizione di riposo così da evitare di poter incorrere in pericoli quando la persona che dovrebbe proteggere non c’è più” (Attili, 2017). Ci sono inoltre frequenti pensieri intrusivi dell’ex partner che causano ‘ritorni al passato’ e un senso di estraneità rispetto al presente. A livello cerebrale “si attiva l’amigdala che vi pone in uno stato di allerta e di paura” (Attili, 2017).

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Quando l’elaborazione del lutto simbolico (la perdita dell’amore) si conclude con successo, si giunge infine alla fase del distacco. A questo punto la persona ha messo da parte la speranza che il partner ritorni da lei e, seppure con sofferenza, accetta che la relazione sia finita e che la vita prosegua. Nel giro di alcune settimane, potrà anche ricominciare a prendere in considerazione l’idea di conoscere un nuovo potenziale partner.

 

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Amore ed evoluzione: l’amore come relazione di attaccamento

Siamo arrivati alla fase dell’amore. In essa i partner sono fortemente monogami, ossia non considerano nemmeno la possibilità di intrattenere relazioni sentimentali con altre persone.

Nel sistema nervoso vi è una grande produzione di ossitocina, l’ormone della tenerezza, favorita dai frequenti rapporti sessuali e dal grande contatto fisico in generale presente nella relazione di coppia. Inoltre, sempre a livello fisiologico, vi è un notevole rilascio della serotonina, un neurotrasmettitore che produce benessere. Questo ha un effetto calmante, per cui nella fase dell’amore i partner sperimentano un benessere molto più tranquillo rispetto all’euforia e all’eccitazione del precedente periodo di innamoramento.

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Un’altra differenza tra questa fase e la fase dell’innamoramento è che ora non si sente più la stessa urgenza di vicinanza fisica del partner: si è sviluppata una rappresentazione mentale dell’altro per cui lo si sente psicologicamente vicino anche con una sua presenza fisica meno continua. Così vi è una maggiore attenzione disponibile per i figli, il lavoro, le amicizie e gli impegni della vita quotidiana. Questo è possibile perchè il partner è stato interiorizzato come base sicura (concetto introdotto da Bowlby).

Gli studi mostrano inoltre che la passione erotica diminuisce potentemente nel giro di circa sette anni (avete presente il luogo comune della ‘crisi del settimo anno’? Potrebbe avere una base di neurochimica di verità…). Alla lunga quindi l’ossitocina ha un effetto calmante: prima spingeva ad avere rapporti sessuali con il partner per provare l’orgasmo ed il conseguente benessere, ora invece porta ad un appagamento nello stare insieme in modo più ‘tranquillo’ e meno connotato passionalmente. Secondo alcuni studi infatti dopo quattro anni di matrimonio circa la metà delle coppie tendono ad avere soltanto 1-2 rapporti sessuali al mese. Dopo quindici anni di matrimonio avere un rapporto sessuale diventa addirittura un’eccezione.

Tuttavia questo non implica un allentamento della relazione, anzi. Se si rimane insieme lungo tutto questo periodo di tempo, il legame con il partner si è strutturato in un legame di attaccamento a tutti gli effetti e il partner è la prima persona a cui ci si rivolge nei momenti di sofferenza e di difficoltà.

Questo si riflette anche nel proprio corpo. Ad esempio la propria temperatura corporea è regolata anche dal partner assieme a cui si dorme la notte, ed è provato che quando per qualche ragione il partner viene a mancare (morte, separazione, lontananza per motivi di lavoro) la persona sperimenta un raffreddamento del corpo, così come può avere alterazioni nel ciclo del sonno.

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L’elemento più interessante, a mio avviso, è che in questo amore-legame di attaccamento si attivano le stesse aree del cervello utilizzate da una madre quando interagisce affettuosamente con il proprio bambino (esperimento guidato da Bianca Acevedo, Università di Santa Barbara negli USA). L’amore con il partner è il legame di attaccamento nell’essere umano adulto.

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Amore ed evoluzione: dopo l’innamoramento…l’amore

Dopo aver visto in un precedente articolo la fase dell’innamoramento, e aver esposto anche il modello triangolare dell’amore di Sternberg, vediamo ora la fase dell’amore.

Nel periodo di formazione della coppia prevale solitamente la passione. Nei legami di coppia che funzionano essa non termina mai del tutto ma con il passare del tempo sono l’intimità e l’impegno ad avere un’importanza crescente. Il periodo di innamoramento in cui domina la passione è costituito da almeno 6/8 mesi e può durare fino a tre anni dopo il primo incontro tra i partner. Abbiamo visto che la durata di questa fase potrebbe essere legata ad un fine evoluzionistico: mantenere un profondo coinvolgimento tra l’uomo e la donna per il tempo necessario a portare a termine una gravidanza, accudire il neonato e orientarsi a formare una nuova famiglia.

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Nell’immaginario collettivo l’amore è considerato soprattutto come passione, come un insieme di sensazioni ed emozioni intense ed estreme – ma destinate a non durare. Questo spiega perchè la maggior parte di noi ha la tendenza a ricordare soprattutto gli amori non ricambiati o finiti per qualche motivo. Per questo Woody Allen fa dire al protagonista di Ombre e sabbia: “c’è un solo tipo di amore duraturo. E’ l’amore non corrisposto. Ti resta nel cuore per sempre”.

Nella fase dell’innamoramento il nostro cervello è euforizzato e quasi ‘drogato’ dalla grande quantità di dopamina in circolo, l’ormone del buon umore; nella fase dell’amore invece il sistema dopaminergico della ricompensa riduce la sua attivazione e si accendono invece aree cerebrali differenti come l’ippocampo (coinvolto soprattutto nei processi di memoria) e il cingolo anteriore, in cui sono fortemente concentrati ossitocina e vasopressina. Ecco, l’ossitocina è l’ormone che ha il peso principale in questa nuova fase del rapporto di coppia. Non a caso essa è definita “ormone dell’amore” e fa sviluppare la tenerezza, il desiderio di mantenere il contatto. E’ cruciale nella relazione madre-bambino: anche per questa ragione è in media maggiormente presente nelle donne piuttosto che negli uomini (30% in più di ossitocina nelle donne).

E’ importante dire che l’ossitocina “aumenta durante l’attività sessuale, ha un picco durante l’aacme del piacere e resta elevata dopo la copula inducendo di conseguenza uno stato di calma e di appagamento” (Attili, “Il cervello in amore”, 2017): ecco perchè spesso dopo l’atto sessuale i partner passano ad abbracciarsi e a coccolarsi. Nell’uomo subito dopo l’orgasmo l’ossitocina ha un balzo del 500% (!): ciò provoca spesso una forte sensazione di sonno, così come ci sono uomini che dopo l’orgasmo sentono il bisogno di confidarsi e di stabilire un maggior contatto emotivo.

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Il piacere che si prova attraverso i rapporti sessuali e la produzione di ossitocina è un fattore che contribuisce molto al formarsi di una relazione di coppia stabile. La nostra tendenza evolutiva in quanto esseri umani è di legarci alla persona con cui abbiamo molto contatto fisico e di viverla come figura di attaccamento per noi. Questo spiega anche perchè non raramente rapporti di solo sesso si trasformano dopo un certo tempo in vere e proprie relazioni sentimentali: “il rilascio di ossitocina è così potente da poter sfuggire alla volontà di non impegnarsi”!

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Amore ed evoluzione: l’innamoramento

“Ma la tua eterna estate non dovrà svanire, / né perder la bellezza che possiedi, / né dovrà la morte farsi vanto che tu vaghi nella sua ombra, / quando in eterni versi al tempo tu crescerai: / finché uomini respireranno o occhi potran vedere, / queste parole vivranno, e daranno vita a te”: il sonetto 18 di Shakespeare esprime i tipici sentimenti dell’innamorato.

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Scendendo a un livello più prosaico, possiamo osservare che nella fase dell’innamoramento si attivano delle aree specifiche del cervello: parliamo di aree tra loro collegate che costituiscono il “sistema della ricompensa”, ossia un sistema che scatena una tempesta di dopamina nel cervello e un senso di profondo benessere. Il sistema della ricompensa si attiva ogni volta che noi sperimentiamo qualcosa di naturalmente piacevole, come la cioccolata, l’alcol, il fumo, il sesso.

L’innamoramento pone il nostro cervello in uno stato differente da quello abituale. Le zone frontali del cervello, quelle che esercitano la capacità critica e regolano le emozioni, risultano meno attive: in questa fase difficilmente troviamo nel partner dei difetti o se ne troviamo gli attribuiamo scarsa importanza, magari li troviamo persino amabili!

L’amigdala, una ghiandola del cervello delle dimensioni di una mandorla ma fondamentale nelle situazioni di pericolo, si disattiva così da farci sentire totalmente al sicuro con l’altra persona. Si attivano invece maggiormente i neuroni specchio, quello che ci permettono di sentire ciò che sperimenta l’altra persona, e questo spiega la grande empatia iniziale col partner, la sensazione di leggersi nel pensiero e di intuirsi al volo. Tendiamo persino ad assumere una postura simile e a riprodurre le sue espressioni del volto!

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Un’ultima domanda: quanto dura l’innamoramento? Può variare entro un range che va dai 6-8 mesi fino ai tre anni. Secondo alcuni studiosi, il fatto che possa giungere ai tre anni ha un significato di tipo evoluzionistico: assicurerebbe in questo modo “un grande coinvolgimento per il tempo necessario a che la donna avesse una gravidanza, mettesse al mondo un piccolo e a che la coppia si orientasse, pertanto, a formare una nuova famiglia” (Attili, 2017).

Nel prossimo articolo effettueremo un grande passaggio: dall’innamoramento all’amore, dalla passione all’impegno. Tenetevi pronti!

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Amore ed evoluzione: le leggi dell’attrazione

Una relazione sentimentale comincia dall’attrazione, tuttavia uomini e donne tendenzialmente sono attratti da caratteristiche diverse. Come scrive Grazia Attili, psicologa evoluzionista e grande esperta su questo tema, “se siete uomini a colpirvi sono state la bellezza e l’età, più o meno giovane, della vostra potenziale partner. La giovinezza è una garanzia di fertilità per un periodo lungo, vi assicura la possibilità di avere progenie”. Per quanto riguarda invece la bellezza, essa è “una garanzia di salute” e si basa su “una serie di proporzioni nel viso, le quali indicano che in quella ragazza non ci sono state anomalie nel suo sviluppo, che potrebbero poi essere trasmesse” ai figli avuti con lei (Attili, Il cervello in amore, 2017). Una piccola parentesi sulle famose misure 90-60-90: esse garantirebbero una riserva di grasso che si rivela utile durante il periodo della gravidanza e i primi tre mesi di allattamento.

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Per quanto riguarda invece le donne, sembrano essere colpite soprattutto dal modo di fare deciso dell’uomo, dall’intelligenza che mostra nel suo modo di interagire, dallo status socio-economico, dalla disponibilità ad impegnarsi in un legame duraturo. Queste caratteristiche in un uomo sono correlate ad un maggior potenziale di successo sociale ed economico, e quindi garantirebbero alla donna che diviene sua compagna un accesso a maggiori risorse e una qualità di vita più elevata. Su questo punto potremmo sentirci scettici e pensare: “poteva essere vero nella vecchia società patriarcale ma non ora che crediamo nella parità dei sessi”. Una ricerca molto accurata dello psicologo David Buss confuta però la nostra posizione; svolta su un ampio campione di circa diecimila persona provenienti da varie nazioni e da tutti i continenti, la ricerca mostra che anche le donne economicamente indipendenti desiderano un uomo con uno status socio-economico superiore al loro.

Come si spiegano questi risultati?

Sembra che questi criteri ‘generali’ dell’attrazione tra uomo e donna tendano a rendere ottimale l’eventuale procreazione di figli. Soprattutto se pensiamo ai primordi dell’esistenza umana su questa terra, per una donna in gravidanza era fondamentale poter contare su un partner intenzionato a legarsi in modo duraturo con lei e capace di proteggerla dai molti rischi costituiti dalle condizioni ambientali e dalle minacce provenienti da animali pericolosi e da altri esseri umani. Così come era fondamentale che, durante i periodi della gravidanza prima e dello svezzamento del bambino poi, potesse contare su un compagno che fornisse a lei e al piccolo il cibo e le risorse necessarie.

Può nascere ora una nuova obiezione: eppure tante relazioni cominciano e si consumano senza mai sfiorare il pensiero di generare una nuova vita. Secondo la teoria dell’evoluzione, gli organismi di qualunque specie (e dunque anche gli esseri umani) hanno “una spinta inconsapevole a trasmettere le loro caratteristiche a quanti più individui possibile”, ad ottenere il cosiddetto successo riproduttivo; pertanto questi criteri di attrazione sono divenuti parte del nostro patrimonio genetico “e ci inducono a comportarci come ci comportiamo e a provare quello che proviamo anche quando non intendiamo lasciare progenie o non possiamo raggiungere lo scopo” (Attili, 2017).

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Per quanto riguarda l’attrazione infine si rivelano veri entrambi i proverbi : “chi si somiglia si piglia” e “gli opposti si attraggono”. Quanto alla somiglianza, gli studi scientifici svelano che tendiamo ad essere attratti da persone che abbiano lineamenti del viso simili a una figura importante della nostra infanzia: può somigliare a genitori, fratelli, altri parenti, persone che la nostra famiglia frequentava durante l’infanzia o bambini con cui giocavamo assieme. Verso la persona che ci attrae noi proviamo, a causa di questa somiglianza, un immediato e indefinito senso di familiarità. Quanto invece al proverbio sugli opposti, gli studi scientifici affermano che, attraverso l’olfatto, noi siamo attratti da persona che possiedono un sistema immunitario molto diverso dal nostro: a livello evoluzionistico, il senso di questo meccanismo è rendere gli eventuali figli più resistenti agli agenti patogeni esterni. Possiamo nuovamente vedere che la natura tende a metterci nelle condizioni migliori per poterci riprodurre – anche se poi la scelta sta a noi.

Nella prossima puntata del nostro viaggio attraverso il “cervello in amore” parleremo del innamoramento.

Relazioni di coppia

Il triangolo sì! Le 3 componenti dell’amore secondo Sternberg

Di cosa ha bisogno una storia d’amore per resistere al tempo?
E’ una delle domande che il genere umano da sempre si pone, e come tutte le domande più importanti per l’esistenza umana sono state date tante risposte, anche contraddittorie tra loro. Ci sono anche non poche persone che ritengono che una storia d’amore non possa affatto resistere al tempo. In questa varietà di risposte, oggi ci occuperemo del modello triangolare dell’amore elaborato dallo psicologo R.J.Sternberg (quindi – mi riallaccio al titolo – no, non sto parlando del triangolo del grande Renato Zero!).

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Il modello è detto triangolare perchè, come il triangolo ha tre lati, così questo modello ritiene che una relazione d’amore si basi su tre componenti fondamentali: passione, intimità e impegno. La passione…lo avete già intuito, è l’attrazione fisica, l’intesa sessuale. L’intimità significa confidare al partner i propri pensieri e le proprie emozioni, condividere affinità, prendersi cura dei bisogni del partner. L’impegno indica la volontà di mantenere una relazione stabile. Come si combinano i tre elementi che abbiamo appena visto?

Nella relazione in cui c’è solo passione, i partner persone sono interessati a condividere soltanto rapporti sessuali: infatuazione.

Nella relazione in cui c’è solo intimità, ci sono confidenza e calore ma i partner si vivono essenzialmente come amici più che come due persone che stanno insieme: amore-amicizia.

Nella relazione in cui c’è solo impegno non vi è più alcun contenuto di attrazione fisica (passione) o di condivisione emotiva (intimità) a tenere legata la coppia, ma soltanto uno sforzo di volontà: amore vuoto.

Nella relazione in cui ci sono sia intimità che passione, vi sono una vita sessuale soddisfacente e una buona sintonia emotiva ma manca l’intenzione di prendere una decisione a lungo termine circa la relazione: amore romantico.

Nella relazione in cui ci sono intimità e impegno, si percepisce il partner come il proprio porto sicuro ed il proprio miglior confidente ma manca la tensione erotica: amore cameratesco.

Nella relazione in cui ci sono passione e impegno, i partner si desiderano fisicamente e hanno la volontà di impegnarsi in una relazione a lungo termine, ma non hanno un vero coinvolgimento emotivo e una vera intimità psicologica: amore fatuo.

Triangolo dell'amore - Sternberg

Infine c’è la relazione in cui sono presenti tutti e tre gli elementi – passione, intimità ed impegno – e che rappresenta l’amore pieno. Nelle coppie che hanno una relazione stabile da trenta, quarant’anni sono riscontrabili tutte e tre queste dimensioni, anche se ovviamente la passione ha acquisito un ruolo secondario rispetto all’intimità e all’impegno.

Depressione

La depressione: il male oscuro svelato

Fino a qualche decina d’anni fa la depressione era definita ‘il male oscuro’: oscuro come la sofferenza provocata e come la ricerca di una causa e di una cura. Oggi questa malattia non è più oscura, fortunatamente: ci sono molti psicofarmaci e molti modelli di psicoterapia che si sono dimostrati efficaci nel trattamento di persone depresse. Allo stesso tempo sembra che, nella nostra società, aumentino sempre di più le persone che sperimentano la depressione: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2020 la depressione sarà al secondo posto tra le malattie che causano invalidità, dietro soltanto al gruppo delle patologie cardiovascolari!

Cerchiamo quindi di comprenderla. Solitamente quando parliamo di depressione ci riferiamo a quella malattia che il DSM 5, definisce come “Disturbo depressivo maggiore”. La persona depressa sperimenta la maggioranza di questi sintomi: umore depresso, perdita di piacere per tutte le attività, marcati aumento o riduzione di peso, sonno, attività psicomotoria, estremo senso di colpa, ricorrenti pensieri di suicidio (può trattarsi di fantasie o di pianificazioni vere e proprie). Questo scenario interiore, come potete immaginare, ostacola la vita quotidiana della persona e si ripercuote sulle relazioni familiari, sul lavoro (o studio), sulle amicizie: una persona depressa non riesce a portare avanti la vita che conduceva prima di ammalarsi di depressione.

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Qual è la causa della depressione? In psicologia non abbiamo mai una risposta del tipo “la causa è X” – a Freud piaceva dare questo tipo di risposte ma è stato leggermente superato… – e riteniamo che ci siano sempre dei fattori combinati insieme che, come i sentieri di una montagna, portano alla vetta della malattia. In pratica ci sono dei fattori di vulnerabilità e quando una persona ne sperimenta diversi molto probabilmente sviluppa la patologia. Nel caso della depressione, ci sono fattori biologici (patrimonio genetico, neurotrasmettitori), fattori psicologici (pensiero dicotomico del tipo tutto/niente, convinzioni pessimistiche su se stessi, il mondo/gli altri, il futuro) e fattori familiari e sociali. A proposito di fattori familiari e sociali, gli studi ci dicono che è a maggior rischio di depressione chi in età infantile ha vissuto la morte di un genitore, chi ha avuto genitori attenti ai bisogni materiali ma non a quelli emotivi e chi ha avuto un genitore fisicamente o psicologicamente malato. Se il genitore in questione era depresso, vi sono sia una probabile vulnerabilità ereditaria alla depressione (fattore biologico) che un modello in famiglia di persona depressa (fattore familiare).

Poichè la depressione è una combinazione di molti fattori, anche la sua terapia dev’essere un arco che contenga al suo interno diverse frecce.

In molti casi i farmaci antidepressivi sono necessari per riequilibrare lo squilibrio chimico che si è creato nel cervello della persona depressa: ci sono ancora persone restie ad assumere psicofarmaci ed è bene che sappiano che “ormai i nuovi antidepressivi sono affidabili, sicuri e tollerabili” (La Rosa, Onofri, “La depressione”, 2017). Solitamente sono necessarie 2-3 settimane prima di sperimentarne gli effetti positivi, quindi non c’è da allarmarsi se nei primi giorni non si avverte un miglioramento.

I farmaci vanno ad agire sui sintomi ma per agire sulle cause – e quindi per superare in modo duraturo la depressione – è necessaria la psicoterapia.

Su quali punti lavora il terapeuta con il paziente depresso? Innanzitutto è molto utile fare un po’ di psicoeducazione, ossia spiegare al paziente cos’è la depressione. Infatti “la possibilità di attribuire alla malattia molti dei sintomi e non a ipotetiche personali mancanze è già un atto terapeutico” (La Rosa, Onofri, 2017).

A questo punto il terapeuta aiuta il paziente a collegare la condizione depressiva ad un evento scatenante: può trattarsi di un lutto, di una separazione, di un mutamento nella situazione lavorativa.

Successivamente il terapeuta guida il paziente nell’esplorare e nel ricostruire la propria storia familiare: un occhio di riguardo viene prestato a lutti e separazioni avvenuti in età infantile in quanto sono eventi di perdita e la depressione, come abbiamo visto, è essenzialmente un vissuto di perdita. Un’attenzione particolare la merita il legame di attaccamento che il paziente ha sviluppato da bambino con la madre o con chi ne ha ricoperto il ruolo: spesso i pazienti depressi hanno fatto esperienza di una madre che non era in contatto emotivo con loro, che non era affettivamente disponibile e hanno quindi imparato che dovevano farcela da soli.

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La relazione terapeutica è fondamentale in ogni trattamento psicologico ma con il paziente depresso lo è persino di più; la persona depressa infatti è in una condizione di vulnerabilità, condizione in cui si attiverà inconsciamente il sistema di attaccamento con il terapeuta allo scopo di ottenere conforto e protezione. Se il terapeuta risponde in modo empatico e accogliente, il paziente farà un’esperienza psicologica nuova (un ‘genitore’ che si sintonizza con i suoi vissuti emotivi) e potrà cominciare a interiorizzare una figura genitoriale nutriente e protettiva.

Un ultimo elemento su cui è necessario agire è lo stile di vita. Fare attività fisica regolarmente e immergersi nelle relazioni sociali sono dimensioni che devono sempre accompagnare la psicoterapia e la terapia farmacologica. E’ attraverso questo arco munito di differenti frecce che è possibile sconfiggere, oggi, la depressione.

Lutto

3 modi di sostenere chi vive un lutto

Ognuno di noi ad un certo punto si imbatte nella morte. Sia nella propria vita, perdendo una persona cara, sia nella vita di persone amiche: ad esempio un nostro amico che perde la moglie, una nostra amica che perde il fratello. D’ora in poi mi riferirò ad un ipotetico ‘amico’ in lutto per comodità

Immaginiamo che ti trovi ora di fronte all’amico in lutto: probabilmente quello che sperimenti è imbarazzo. Da una parte vorresti sostenerla, rincuorarla; dall’altra parte non sai come. Hai la sensazione che le parole siano di troppo, inutili, o addirittura che possano far danno. Del resto, pensi che se rimani in silenzio potresti sembrare assente e non saresti di alcun aiuto. Cosa fare?

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Poichè la situazione è complessa, voglio proporti tre modi per mostrarti vicino al tuo amico in lutto.

Il primo modo è…sostenere te stesso. Può sembrarti paradossale visto che stiamo parlando di aiutare l’altra persona. Ti sembrerà meno strano se pensi che, per poter essere una base sicura per il tuo amico, devi in primo luogo essere saldo tu. Per dare contenimento al suo dolore devi saper tollerare la tua frustrazione. E per riuscire in questo, puoi pensare che la morte è la realtà più difficile da accettare nella vita (d’altra parte è esattamente l’opposto della vita), dunque è normale che ci voglia del tempo prima che il tuo amico si riprenda. Per cui non avere aspettative elevate. Non pretendere di togliergli il dolore o di dargli speranza se sta vivendo un momento di fisiologica disperazione – pensa che è solo una fase, naturale, del processo di elaborazione del lutto. Pensa anche che il tuo amico in questo momento non ha particolari pretese da te, è il primo a sapere che nessuno può dargli un pieno sollievo. La cosa sufficiente è che tu sia lì, fisicamente presente (o presente nella conversazione se state comunicando a distanza). Anche i momenti di lungo silenzio vanno bene, anche in quelli c’è ascolto, ascolto del silenzio.

Il secondo modo è lasciargli esprimere il suo dolore. Il tuo amico prova dentro un’angoscia indescrivibile a parole. Può sentirsi disperato. O può non sentire più nulla, come se i suoi sentimenti si fossero anestetizzati (e anche questo è molto doloroso). Può sentirsi arrabbiato verso la persona deceduta perchè l’ha abbandonato; può sentirsi in colpa per non avergli dimostrato abbastanza affetto o perchè si incolpa irrazionalmente della sua morte. Insomma, può sperimentare sentimenti molto forti, che spaventano le altre persone, e che possono essere anche contraddittori tra loro (ad esempio la tristezza per l’assenza e la rabbia per essere ‘abbandonato’). E’ possibile che nel suo cerchio familiare non si dia il permesso di mostrare tutto il suo dolore, magari sente di dover essere forte per sostenere gli altri parenti. E’ possibile che si senta dire da molte persone amiche che non deve disperarsi così, che passerà, che deve cercare di distrarsi – tutte espressioni che partono da un’intenzione positiva ma finiscono solo col far sentire l’amico rifiutato e non accettato in quello che sente. Per cui lascia che il vostro amico vi esprima i suoi struggimenti e le sue ansie, e non correggetelo. Gli sarà utile per liberarsi di parte della sua sofferenza e per rimettere un minimo ordine nella sua mente.

Il terzo modo è condividere le tue esperienze di lutto. Questa terza modalità è più impegnativa, di conseguenza ti consiglio di metterla in atto solo se ne sei convinto e se hai già elaborato il tuo lutto. Condividere le tue esperienze gli permetterà di sentirsi in connessione con lui, e proprio in un momento in cui lui è così triste da poter sperimentare solo con fatica la vicinanza di altre persone. Inoltre, mentre frasi incoraggianti possono sempre incorrere nella sua risposta: “non ci credo, non è vero”, qui tu lo metti di fronte ad un fatto concreto e lui tenderà a prenderlo più seriamente.

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Il lutto si può superare. Nella maggior parte dei casi si supera naturalmente, e se questo non avviene entro un certo tempo si può ricorrere al supporto di uno psicologo. Dunque abbi fiducia anche per il tuo amico: la morte è irreversibile, ma il lutto no, il lutto ha una fine.